UNA VOCE SONORA: DAVID M. TUROLDO

UNA VOCE SONORA: PADRE DAVID MARIA TUROLDO

Il frate Servo di Santa Maria David Maria Turoldo si vantava di poter predicare nel Duomo di Milano senza aver bisogno di utilizzare un microfono. Negli anni ’40 a quella predicazione lo aveva assegnato il cardinale arcivescovo di Milano, il benedettino Ildefonso Maria Schuster:

«La parole dell’omelia contavano, contava la sapienza poetica messa al servizio delle Scritture. Alla fine, però, era la voce a restare impressa nella memoria».

“Figura amata e odiata, voce baritonale da cattedrale e da deserto”: così era per l’amico e poi cardinale Gianfranco Ravasi, che con Turoldo curò alcuni volumi di commento a testi della Scrittura.

All’inizio di un ciclo di interventi su Cristiani tra storia e profezia si può allora cominciare ascoltando quella che è stata definita «una voce profetica nel cuore della storia», con la poesia  Manda, Signore, ancora profeti:

A mo’ di preghiera.

Manda, Signore, ancora profeti,

uomini certi di Dio,

uomini dal cuore in fiamme.

E Tu a parlare dai loro roveti

sulle macerie delle nostre parole,

dentro il deserto dei templi:

a dire ai poveri

di sperare ancora.

Che siano appena tua voce,

voce di Dio dentro la folgore,

voce di Dio che schianta la pietra.

Nato nel 1916 a Coderno, nel Friuli,  Turoldo era un uomo fisicamente imponente, con larghe mani che tradivano la sua provenienza da un ambiente contadino. Era il nono di dieci fratelli e a soli 13 anni fu accolto nel convento servita di Santa Maria del Cengio, a Isola Vicentina. Lì aveva sede la casa di formazione dell’Ordine per la Provincia Triveneta. Emetteva la professione religiosa, poi pronunciava i voti solenni e nel 1940 veniva consacrato sacerdote. A quei tempi era l’itinerario consueto per un religioso.

«Nella chiesa del convento milanese di San Carlo al Corso, presso la quale era stato “incardinato” nel 1940, inventò la “messa del povero”, durante la quale si raccoglievano offerte anche di generi alimentari e vestiario, ma chiarì subito ai fedeli che questo era il minimo che il Vangelo richiedesse: ben più radicali erano le esigenze della carità».

Padre Turoldo fu un personaggio particolarmente ascoltato dalla devota borghesia milanese del primo dopoguerra, quando ne convinse molti esponenti ad appoggiare Nomadelfia, vale a dire l’operazione con cui un sacerdote, don Zeno Saltini, trasformò un dismesso campo di concentramento a Fossoli (presso Carpi, in Emilia) in una struttura destinata a ospitare i tanti orfani che la guerra aveva lasciato dietro di sé. Era un esperimento molto originale, che incontrò non poche difficoltà nei rapporti con la curia romana degli anni di Pio XII: un confronto/scontro che però, a quanto pare, non lo coinvolse personalmente.

Non erano però tempi qualsiasi gli anni del secondo conflitto mondiale e del dopoguerra. Durante l’occupazione nazista di Milano (8 settembre 1943 – 25 aprile 1945) collaborò con la resistenza antifascista, creando e diffondendo dal suo convento il periodico clandestino l’Uomo.

Qualcuno li ha chiamati «gli anni con la valigia». In effetti, come si scrisse:

«Negli anni ’50 fu più volte allontanato dall’Italia perché disturbava un cattolicesimo che si voleva conformista e omologato a un’unica voce: una prima volta nel 1953 dopo una lunga stagione di impegno a Milano. Riparò in un convento tedesco da dove riuscì a tornare un anno dopo nella vitalissima Firenze che aveva Giorgio La Pira come sindaco e da lì fu allontanato nel 1958 questa volta inviato a Londra, da cui sarebbe partito per una lunga predicazione americana. Poté rientrare in Italia nel 1960. […] Sul momento visse quegli esili come le “più grandi crisi della mia vita” perché, aggiungeva, era “proprio la Chiesa a impedirti di vivere il Vangelo”». E soprattutto gli pesava l’incomprensione all’interno del proprio Ordine dei Servi di Maria.

Come è stato detto:

«Sono gli anni del potere del Sant’Uffizio e del cardinale Ottaviani, il quale ordinò al generale dei serviti di esiliarlo: “Padre Turoldo? Fatelo girare perché non coaguli”, ritenendo che dovunque andasse avrebbe fatto danni. Definito “prete scomodo”, “prete moderno”, “prete di sinistra”, era ammirato per la sua oratoria appassionata e un po’ teatrale ma anche detestato per la sua infuocata difesa dei poveri – “il Giuda della chiesa cattolica” lo definiva il cementiere Pesenti –, padre David fu esiliato e condannato al moto perpetuo da una casa all’altra dei Servi di Maria: Austria, Baviera, Inghilterra, Canada, Firenze, Udine, fino a stabilirsi a Sotto il Monte dove nel 1964 fondò il centro ecumenico Giovanni XXIII».

Come ha scritto Ettore Masina

«Questa sua poliedrica personalità, il tumulto dei suoi sentimenti, la radicalità della sua testimonianza di fede gli procurò l’ostilità di non pochi clericali e di atei devoti; i suoi superiori, almeno alcuni, lo amarono – o almeno lo stimarono – ma temettero che la sua presenza fosse troppo ingombrante e risultasse scandalosa ai vertici vaticani. Perciò, più volte, lo allontanarono dall’Italia senza rendersi conto che in questo modo si espandeva il raggio della sua azione.

[…] È tra i primi in Italia a dare voce alle novità teologiche della Chiesa latinoamericana, alle vittime delle dittature e alle lotte dei popoli indigeni. Le sue poesie per Frei Tito e Oscar Romero, la solidarietà al poeta e sacerdote nicaraguense Ernesto Cardenal – di cui traduce il poema “Quetzacoatl, Il serpente piumato” -, e l’incontro con l’india Rigoberta Menchù sono segni di una vicinanza profonda alle “periferie del mondo”, pure testimoniata dal suo costante impegno per la pace».

Erano stati gli anni in cui, al tempo di Pio XII, si provvede nei confronti dei personaggi scomodi, nuovi “folli di Dio”. Giovanni Battista Montini viene rimosso dalla Curia Romana e promosso alla testa dell’arcidiocesi milanese, ma senza galero cardinalizio, per non correre rischi in un futuro conclave. Don Lorenzo Milani viene mandato in una sperduta località dell’Appennino, a Barbiana.

Nel 1954 l’Ordine manda Turoldo a Firenze, pensando a una sorta di esilio. In quella città invece entra in contatto con Giorgio La Pira e con lo scolopio Ernesto Balducci. Nelle sue relazioni spicca la figura di don Primo Mazzolari, l’irrequieto parroco di Bozzolo.

A Milano, la città dei continui ritorni di padre Turoldo, nel 1957 Giovani Battista Montini indice una grande missione. Nel crepuscolo del pontificato pacelliano – il papa morirà l’anno successivo – chiama a predicare una fila di personaggi “allontanati”: appunto Ernesto Balducci e Primo Mazzolari, e poi il francescano Nazzareno Fabretti e il servita Camillo de Piaz.

Scrivendo in memoria di don Primo, Turoldo ricorda: «Insieme una sera siamo saliti sui gradini dell’altare di Sant’Ambrogio per ricevere il mandato della predicazione dalle stesse mani del Vescovo che ci consegnava la Scrittura e ci abbracciava. E quella sera pensando a tante cose, insieme abbiamo pianto».

Nel 1964, un anno dopo la scomparsa di Giovanni XXIII e l’ascesa al pontificato di Montini con il nome di Paolo VI, padre Turoldo decide di trasferirsi nell’antico priorato cluniacense di S. Egidio in Fontanella, non lontano da Bergamo – nel nome del papa che aveva indetto il Concilio Vaticano II. Vi costruisce un centro di ospitalità, cui dà il significativo nome di “Casa di Emmaus” – il luogo in cui il Risorto incontra i discepoli e spezza con loro il pane.  Inizia un’intensa attività editoriale, anche con la pubblicazione di una rivista: con il nome di Servitium, a rimarcare il legame con il proprio Ordine di appartenenza.

Fontanella non è poi tanto lontana da Milano, dalle maggiori case editrici che pubblicano le sue raccolte di poesie e dai giornali. Sul quotidiano Il Giorno, allora diretto da Italo Pietra, la rubrica «Religione e mondo moderno» era curata da Giancarlo Zizola: su di essa interviene ripetutamente padre Turoldo. Diventa un personaggio noto a una parte del grande pubblico: per la Rai tiene un programma per bambini: «Vita di Gesù e Storia della Salvezza», e per 14 anni nelle emissioni regionali di Radio Due la rubrica «Segni dei tempi nuovi».

Da quelle intitolazioni è facile desumere lo spettro dei suoi interventi e la portata della sue proposte.

Non è però possibile tralasciare un ricordo personale.

Memorabile fu lo scontro con Comunione e Liberazione nei primi anni ’70, che non divenne confronto perché alle sue critiche non venne mai data risposta. Erano anche gli anni del  referendum sul divorzio del 1974, quando il frate si schierò a favore della legge e il movimento, invece, scese in campo per la sua abrogazione. Il testo di padre Turoldo fu stampato come premessa a un volume che, con particolare lungimiranza, allora etichettava i ciellini come “estremisti di centro”. Quel frate era diventato scomodo ancora una volta. Ebbe una sorte migliore dell’abate benedettino di S.  Paolo a Roma, dom Giovanni Franzoni, estromesso e sospeso a divinis e ridotto allo stato laicale per avere appoggiato il voto contrario all’abrogazione.

E fece scalpore la lettera scritta alla madre di Pier Paolo Pasolini, che Turoldo nel novembre 1975 lesse a  Casarsa ai funerali dell’intellettuale, anche lui di origini friulane: con una nota di indignazione per la mancanza di pietà mostrata da molti; si sentiva vicino a Pasolini per la denuncia della disumanità della società che si stava affermando: il consumismo, il vuoto di valori.

Quando era ormai malato terminale, rilasciò una una significativa intervista a Virgilio Melchiorre, influente docente di filosofia della storia presso l’Università Cattolica, il cui video fu allegato dall’editore Garzanti un suo libretto: Preghiera come lotta. Il senso del suo atteggiamento al liminare della vita è riecheggiato in una pubblicazione successiva di suoi testi: La morte ha paura (1994). Come si è scritto:

«Poesia, teologia e profezia calate nella storia personale e collettiva, condensate nell’accorato ultimo invito in prossimità della morte: “La vita non finisce mai. Aiutiamoci a sperare!”».

La morte avvenne nel 1992. Il  cardinale arcivescovo di Milano, il gesuita Carlo Maria Martini, ne presiedette le esequie, dichiarando pubblicamente: «la Chiesa riconosce la profezia troppo tardi» [nella immagine padre Turoldo e il cardinale]. Ai funerali fu dato notevole rilievo dalla stampa, dalla stampa cattolica e dalla grande stampa. Si chiudeva la vicenda umana di una voce critica nei confronti di ogni genere di potere, che per questo era stata emarginata e vittima di ostracismo.

È interessante rilevare in qual modo, con il passare degli anni, progressivamente la sua figura sia stata messa in luce in modi diversi. Nell’anno della morte la rivista Servitium gli dedica una quaderno, dal semplice titolo: David M. Turoldo, frate dei Servi di santa Maria. Nel decennale della morte, nel 2002, su quelle stesse pagine se ne sottolinea La grande passione. Nella ricorrenza ventennale del 2012 un bel profilo di Ettore Masina, Un profeta del ‘900, scatena la reazione dei tradizionalisti della Nuova Bussola Quotidiana: Turoldo e il mito del profeta inascoltato. Dopo la rinuncia al pontificato di Benedetto XVI nel 2013 i tempi accennano a cambiare. Nel 2016, in occasione del centenario della nascita, a Milano lo si ricorda come «profeta nella Chiesa e nella città», non nascondendo che fosse stato anche un «profeta nel buio della Parola». Papa Francesco nel 2017 si è recato sulla tomba di don Lorenzo Milani a Barbiana e di don Primo Mazzolari a Bozzolo. Nel 2022, a trent’anni dalla morte, Vatican News può finalmente titolare: Padre David Maria Turoldo, uomo di fede e di poesia sempre dalla parte degli ultimi. In effetti, l’anno scorso a sua volta Enzo Bianchi poteva ribadire, a proposito di Turoldo sempre un passo avanti (e la Chiesa dietro ad arrancare): «Turoldo è stato un profeta perseguitato, tardivamente riabilitato».

La migliore definizione di padre Turoldo è stata affidata alla nostra memoria dal cardinale Martini e la si può formulare in questo modo: David Maria Turoldo, frate Servo di S. Maria, fu un poeta, che è stato un profeta, perché fu un «disturbatore delle coscienze».

Per concludere.

Nel 1991 padre Turoldo fece un appello ai giovani, subito dopo l’inizio della prima guerra del Golfo, e dopo le invocazioni di Giovanni Paolo II. Allora fu inascoltato, oggi è davvero il caso di riascoltarlo:

«Senza conversione non c’è pace.

Giovani, non percorrete le strade che abbiamo percorso noi. Io non faccio che vergognarmi di essere stato in guerra, anche se ho combattuto nella Resistenza, cioè per l’umano contro il disumano. Ma ha ragione il papa: con la guerra tutto è perduto, con la Pace tutto si acquista! Fare la guerra è come suicidarsi».

E ancora:

« Il mondo è uno, la terra è una; e tutti insieme ci salveremo o tutti insieme ci perderemo. Deve scomparire il concetto di nemico perché non è una civiltà, ma una barbarie. La civiltà è solo quella della pace. Il discorso della pace è il più difficile di tutti, perché rivoluzionario non è il discorso sulla pace. Prova ne sia che finora abbiamo sempre fatto la guerra e non abbiamo mai fatto la pace. E quella che chiamiamo pace non è che una tregua tra una guerra e l’altra; fino al punto che la guerra in realtà è la politica che cambia metodo. E invece la guerra è la sconfitta della politica e la fine della politica!»

 

Per chi volesse approfondire si forniscono alcune indicazioni.

Si raccomandano le riedizioni delle opere di Turoldo, che si sono infittite negli ultimi tempi: in particolare la casa editrice Servitium ha ripubblicato nel 2017 i Canti ultimi, e nel 2024 le Mie notti con Qohelet e la raccolta O sensi miei … Poesie 1948-1998.

Sempre nel 2024 le edizioni San Paolo hanno ristampato I canti nuovi. I Salmi, traduzione poetica di David M. Turoldo, e commento di Gianfranco Ravasi.

In occasione del centenario della nascita è stata pubblicata nel 2016 dalla Morcelliana la biografia di Mariangela Maraviglia, David Maria Turoldo. La vita, la testimonianza (1916-1992).

Nel libro di David Maria Lancisi, David Maria Turoldo. Vita di un poeta ribelle, Terra Santa edizioni, 2024, si affollano i personaggi che Turoldo ha incrociato: don Milani, il cardinale Montini, Giorgio La Pira, don Primo Mazzolari, padre Ernesto Balducci: quegli uomini e di quelle donne che «accesero la Chiesa italiana del dopoguerra contro le tenebre del conformismo e del potere clericale».

 

Le citazioni nel testo sono tratte da

Enzo Bianchi, Padre David Maria Turoldo, uomo di fede e di poesia sempre dalla parte degli ultimi, in «La Stampa – Tuttolibri», 8 novembre 2025.

Ettore Masina, Padre Turoldo, un profeta del ‘900, in «Landino», 7 febbraio 2012.

Adriana Masotti, Padre David Maria Turoldo, uomo di fede e di poesia sempre dalla parte degli ultimi, in «VaticanNews» 27 dicembre 2022.