CRISTIANI TRA STORIA E PROFEZIA
di Gian Luca Potestà
“Cristiani tra storia e profezia è un progetto della Fondazione Achille Grandi, che, ricorrendo a studiosi e testimoni, mira a far conoscere figure che per l’impegno civile e religioso hanno lasciato segni da tenere vivi e da ricordare
Per presentarlo, la cosa più semplice è soffermarsi sui tre termini fondamentali.
Il primo è: Cristiani
La presenza e l’impegno civile dei cristiani nel nostro paese sono stati a lungo incanalati e valorizzati entro lo schema dell’unità politica, a sua volta sostenuta e alimentata da movimenti e associazioni culturali, sociali e sindacali collaterali alla Democrazia cristiana. La pluralità delle concezioni e delle scelte storiche dei cristiani, lungamente contrastata dalle gerarchie ecclesiastiche, è stata faticosamente conquistata fino a diventare un dato di fatto, oggi non più discutibile. La reprimenda nei confronti di Romano Prodi e della sua pretesa di porsi come un “cristiano adulto”, che vuole affidare alla propria coscienza il giudizio sulla coerenza tra vocazione di fede e scelte politiche, fu l’ultima espressione di una pretesa di controllo già allora fuori tempo.
Oggi la situazione appare quasi rovesciata rispetto a qualche decennio fa. A parte certe ostentazioni di simboli della fede da parte di esponenti di partito così scopertamente strumentali da apparire a volte ridicole, a parte certe richieste di benedizioni divine invocate (impartite?) in forza di non si sa bene quale autorità, si avverte che in profondità il terreno della politica non è più alimentato dalla linfa del cristianesimo. Scuole di formazione alla politica e appelli a riprendere iniziative dal basso denunciano tale vuoto e sollecitano una stagione nuova, perché vengano alla luce profili di uomini e donne capaci di impegnarsi per il bene comune a tutti i livelli della società civile. Per trovare una risposta positiva, tale istanza richiede tante condizioni. Fra le altre, occorrerebbe dare profondità a orizzonti culturali via via ristrettisi, ravvivare memoria storica, ragioni etiche e teologiche, riferimenti intellettuali, per sostenere chi senta la vocazione di un impegno civile, senza esservi richiamato da interessi puramente individuali.
Pensando a questa esigenza intendiamo proporre brevi biografie di cristiani e cristiane, di uomini e donne di cui valga la pena conservare il ricordo. Al di fuori di intenti apologetici o celebrativi, vorremmo riportare quelle figure nei loro contesti, individuando le linee guida del loro pensiero e della loro azione, le tensioni che le animarono e i risultati che ottennero, compresi limiti e insuccessi.
E veniamo dunque al secondo termine: Storia
Rispetto ad altre religioni, il cristianesimo si caratterizza in quanto contrassegnato dalla storicità come suo fattore costitutivo. Per il cristiano, l’Altissimo non ha solamente comunicato agli uomini messaggi sotto dettatura e prescrizioni immutabili. Se si concepisse il divino così, la religione sarebbe un ambito riservato a dottori della Legge, a studiosi di diritto. Per i cristiani Dio ha assunto forma umana. E poiché la storia è lo spazio di manifestazione del Dio-uomo, anche il suo angolo più remoto può diventare “luogo teologico” e “segno dei tempi”.
Paolo di Tarso, Agostino d’Ippona, Gioacchino da Fiore hanno variamente contribuito alla costituzione di un “regime cristiano di storicità”. In primo luogo grazie a loro la riflessione cristiana seppe dare un senso al tempo storico, disteso fra memoria e attesa e insieme ciclicamente scandito dai ritmi dell’anno liturgico. Il “regime cristiano di storicità” ha dominato le concezioni del tempo fino agli inizi dell’Età Moderna, venendo progressivamente offuscato e marginalizzato dall’affermarsi di nuovi calendari, nuove proiezioni e aspirazioni, in gran parte uscite dal grembo stesso del cristianesimo. Fino al tempo attuale, efficacemente definito come l’epoca del “presentismo”. In esso la memoria del passato, a partire da quella personale e famigliare, pare come dissolversi. Tutto si gioca e si esaurisce nel flusso ininterrotto e inarrestabile di informazioni che continuamente si avvicendano, si sopravanzano e reciprocamente si scalzano. Appena il tempo di fermare l’attenzione su di una notizia, che già un’altra ne ha preso il posto. Nella comunicazione politica questo procedimento, se realizzato in modo calcolato, viene spesso contrassegnato come “arma di distrazione di massa”. Ogni proiezione verso il passato, ogni promessa di futuro è minimizzata; o meglio, è resa interamente funzionale alle esigenze polemiche o apologetiche del presente. Il passato non è sparito dall’orizzonte dei documentari, dei talk-show o dei social, ma è riproposto in forme tronche o addomesticate, per legittimare o più spesso per contraddire e polemizzare.
L’attuale semplificazione del linguaggio e dei contenuti trasmessi attraverso i media può anche essere considerata come indice di democratizzazione del sapere, in quanto ad una massa crescente di persone si offre l’accesso a una infinità di notizie. Nello stesso tempo, però, proprio la babele di informazioni di fronte a cui ci si trova è spaesante, perché non c’è più un effettivo elemento di autorevolezza che faccia da tramite, da filtro e in ultima analisi da garante. Flussi di notizie prodotte da fonti non controllate e spesso non individuabili producono una sovraesposizione di certi mondi e di certi soggetti rispetto ad altri. Per fare un esempio, pensiamo alla sistematica amplificazione online di voci legate ad ambienti, circoli e fondazioni tradizionalisti e reazionari, che se si guardasse ai numeri effettivi delle persone coinvolte risulterebbero ben meno rilevanti.
La proliferazione dei contenuti, rilanciati all’infinito da persone che non sono in grado di selezionare e verificare provenienza e attendibilità delle informazioni che divulgano, contribuisce a un’ipertrofia di informazioni che richiederebbero un esercizio di discernimento critico. Ma non ci sono gli strumenti, e mancano le energie per osservatòri del genere. Alla fine, ciascuno tende così a rinchiudersi nel proprio mondo telematico impermeabilizzato, in cui incontra (ritrova) solo quello che intelligenze potentissime sanno che gli può interessare. Prima del controllo biometrico, già non si sfugge al pedinamento informatico.
Ben consapevoli dei limiti della nostra impresa, con la serie di podcast dedicati a “Cristiani tra storia e profezia” vorremmo allestire strumenti semplici e accessibili di conoscenza storica per chi resta curioso di sapere e desideroso di uscire all’aria aperta. Pensiamo a podcast brevi (mediamente tra quindici e venti minuti ciascuno), la cui qualità dipenderà innanzi tutto dalla riconosciuta competenza degli studiosi che li allestiranno.
Infine vale la pena dire qualche parola sul terzo termine: Profezia. Spesso profezia e utopia vengono sovrapposte. Lo stesso papa Francesco, che certo si è caratterizzato per il suo profilo marcatamente profetico, non ha esitato a esaltare l’utopia e a tenerne vivo “il sogno”. I due termini vanno però accuratamente distinti. Ben prima che Thomas More scrivesse Utopia, un’idea di utopia – intesa come spazio immaginario al di là di ogni terra conosciuta, come tale un non-luogo – era già presente nei racconti dei mirabilia Indie risalenti ad Erodoto, nella Navigazione di san Brandano verso l’Isola perduta, nella Leggenda medievale del Prete Gianni e del suo impero grandioso e opulento.
La profezia ebraica e cristiana non ha nulla a che fare con tutto ciò. In ambito cristiano, per profeta non si intende un utopista e neppure un indovino del futuro. Secondo la definizione classica fissata da papa Gregorio Magno, il profeta è chi sa interpretare il disegno divino sulla storia. Così concepito, il profeta è tale non perché predice ciò che verrà, ma perché porta alla luce ciò che è nascosto – sia esso futuro, presente o passato.
Introducendo uno dei suoi ultimi libri – una raccolta di studi sul repubblicanesimo di Savonarola suggestivamente intitolata Profezia vs. Utopia – Paolo Prodi affermava che profezia e utopia, per quanto così diverse, tuttavia «hanno in comune la condizione di essere escluse dai templi e dai palazzi del potere (…) La profezia si contrappone alla realtà del potere che domina il mondo». In verità, non sempre la profezia è espressione di uno sguardo dal basso, di opposizione e resistenza ai poteri del mondo. In quanto linguaggio, codice espressivo, essa può stare anche al servizio dei potenti.
Prendiamo un esempio niente affatto obsoleto. Uno dei grandi temi profetici provenienti dall’Antichità cristiana è quello dell’imperatore dei tempi finali. Si tratta di una figura invocata per la prima volta da monaci siriaci che, rimasti isolati in territori occupati dall’Islam, nel VII secolo cercarono di darsi forza immaginando che da Costantinopoli sarebbe infine ritornato un imperatore destinato a risvegliarsi come dal sonno di un ubriaco, a liberare i territori perduti e infine a conquistare tutto il mondo. Questa attesa nostalgica di una figura messianica è stata continuamente aggiornata e rilanciata fino all’età contemporanea, in funzione di soggetti e progetti sempre antichi e sempre nuovi. L’imperatore dei tempi finali riporterà il mondo all’età dell’oro, porrà il suo vessillo su tutte le terre, assoggetterà tutti i popoli e li convertirà con la forza all’unica fede e all’unica verità, la propria. Sarà l’imperatore della pace, nessun popolo e nessuna istanza potrà negargli tale titolo! Ed è interessante notare che in concomitanza con questa retorica messianica, sempre intrisa di riferimenti alla romanità imperiale, potenti agenzie stanno attualmente rilanciando dagli Stati Uniti le rappresentazioni apocalittiche di imminenti scontri finali e della venuta dell’Anticristo: una figura dai tratti biblici talmente sfuggenti, che ciascuno se lo può rappresentare come vuole. E così oggi c’è chi vorrebbe riconoscere l’Anticristo nelle forze che cercano di regolamentare lo strapotere dell’intelligenza artificiale e sono per questo accusate di opporsi al progresso in quanto unico autentico fattore salvifico.
In quanto autore dell’Apocalisse legata al suo nome, Giovanni è tradizionalmente considerato il sommo profeta. E tuttavia oggi si tende sempre più a distinguere tra profetismo e apocalitticismo. L’annuncio profetico è aperto alla storia e consapevole della possibilità che grazie agli sforzi umani questa possa essere variamente orientata. Esso comporta lucidità, tenacia, fiducia nella presenza divina ma anche nelle energie umane. L’annuncio apocalittico tende invece a caratterizzare la storia come proiezione di conflitti tra potenze sovraordinate, come contrapposizione frontale tra forze della luce e potenze delle tenebre. Sangue su sangue, violenza su violenza. Dalle tribolazioni subite dagli eletti al rovesciamento finale in cui le forze del male saranno gettate nel ribollire di uno stagno sulfureo.
In questi podcast non ci occuperemo di testi profetici o apocalittici, ma di figure in carne ed ossa, che sono in qualche modo riconducibili a questa idea di profetismo. Per avere un termine di riferimento molto alto, pensiamo a uno dei grandi profeti biblici, Geremia. Innanzi tutto, Geremia è un credente impegnato a dire la verità al suo popolo, ad allontanarlo dalle scelte velleitarie e dalle alleanze sbagliate sul piano politico-militare; la catastrofe che preannuncia (la deportazione babilonese) è il risultato prevedibile di esse. Prima caratteristica del profeta è dunque la parresia, cioè il dire pubblicamente la verità.
Ma caratteristica del vero profeta è anche, potremmo dire evangelicamente, il fare la verità. Dietrich Bonhoeffer, figura luminosa di pastore protestante resistente al nazismo, in un breve scritto dedicato agli amici più cari (solo uno di loro si salverà dall’arresto e dalla morte in carcere) per il Natale 1942, ricordava che «Geremia, contraddicendo in modo paradossale i suoi annunci di sventura, annuncia, poco prima della distruzione della città santa, che “ancora si compreranno case, campi e vigne in questo paese” (Ger. 32,15). Segno e pegno divino di un nuovo, grande futuro, di fronte alla totale mancanza di esso. Pensare e agire pensando alla prossima generazione, ed essere contemporaneamente pronti ad andarcene ogni giorno, senza paura e senza preoccupazione», concludeva Bonhoeffer. Come Geremia, che nonostante lo sfacelo di Gerusalemme e la deportazione di buona parte del suo popolo, non recrimina, ma si compra lui stesso un campo da cui ripartire.
Tornando a noi, le figure cui pensiamo non sono certo paragonabili per grandezza ai profeti biblici e ai loro epigoni, così come i tempi in cui esse hanno operato sono per fortuna meno drammatici. E tuttavia in loro si può riconoscere un soffio profetico: per la lucidità, la tenacia, la coerenza nella vocazione ecclesiale e civile e per lo stile di impegno positivo, propositivo, attivo. Ma attivo in che direzione, per fare che? I profeti biblici invocano la giustizia divina, che in Gesù Cristo non è mai disgiunta dalla misericordia. «La vera giustizia ha compassione, la falsa giustizia ha disprezzo», avverte Gregorio Magno. Le figure cui pensiamo hanno cercato di contribuire a ridurre le disuguaglianze, per quanto riguarda l’accesso alle possibilità formative, scolastiche e universitarie; all’assistenza sanitaria; alla possibilità di avere una casa e un lavoro dignitoso e sicuro; hanno lavorato per la giustizia riparativa e l’umanizzazione delle condizioni di detenzione, per l’accoglienza e l’inserimento dei migranti. Scelte sociali che comportano una diretta implicazione politica, in quanto solo maggiore giustizia e riduzione delle disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza e del sapere creano le condizioni di una pace autentica e di una democrazia partecipata, non ridotta al semplice esercizio periodico del diritto di voto.
«Il passato non è altro che il passato – scriveva di recente François Hartog – È il futuro incompiuto del passato che nutre il futuro e, collegando passato e futuro, permette una trasmissione efficace e significativa. La prima mossa è rivolgersi al passato per individuare le sue potenzialità, al fine di ristabilire un flusso tra passato, presente e futuro. Il passato, decifrato come annuncio o prefigurazione di qualcosa che deve venire, diventa un nuovo “Antico Testamento” per gli uomini e le donne di buona volontà di oggi».
Tutti i podcast della serie saranno conclusi da una breve nota bio-bibliografica, per chi voglia verificare e approfondire. Per questa mia introduzione segnalo che i due richiami a Gregorio Magno si trovano rispettivamente nelle Omelie sul profeta Ezechiele (I) e nelle Omelie sui Vangeli (XXXIV.2); le due opere, scritte in latino alla fine del VI secolo, sono tradotte in italiano. Il libro di Paolo Prodi è stato pubblicato dal Mulino. Il testo di Dietrich Bonhoeffer (Dieci anni dopo. Sul limitare del 1943) si trova inserito come Prologo alla edizione delle Lettere dal carcere e di altri suoi scritti raccolti sotto il titolo di Resistenza e resa, opera più volte pubblicata in italiano da Edizioni Paoline e Queriniana. La citazione finale di François Hartog è tratta da La nazione, la religione, l’avvenire. Sulle tracce di Ernest Renan, la traduzione è pubblicata da Cortina. Il suo testo fondamentale per quanto detto prima è tuttavia Chronos. L’Occidente alle prese con il tempo, tradotto da Einaudi.
“L’Autore coordina il progetto di podcast “Cristiani tra storia e profezia” per la Fondazione Achille Grandi, in rete a partire dal 5 maggio 2026 (vedi Osservatorio: Una voce sonora: David Maria Turoldo)”.
Nella immagine don Lorenzo Milani, don Primo Mazzolari, don Luigi Di Liegro.
