EVANGELICI E CATTOLICI DI FRONTE ALLA GUERRA
Nei primi giorni della guerra intrapresa dallo Stato di Israele e dagli Stati Uniti nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran è stata scattata una fotografia nello Studio Ovale della Casa Bianca: il Presidente, Donald Trump, pregava insieme a un folto gruppo di pastori evangelici perché fosse assicurata la vittoria ai loro eserciti.
È stato anche riferito dalla Military Religious Freedom Foundation che centinaia di soldati statunitensi avessero sentito comandanti rivolgersi alle truppe, affermando che la guerra contro l’Iran era «biblically sanctioned» (con riferimento anche alla ideologia del “Sionismo cristiano»).
A ciò si aggiungeva che il discusso Segretario alla Difesa, Pete Hegseth, citasse in conferenza stampa il Salmo 144: «Benedetto il Signore che addestra le mie mani alla guerra. Possa il Signore dare forza incrollabile e rifugio ai nostri guerrieri». Hegseth fa parte di una denominazione ultraconservatrice e postmillenarista, Communion of Reformed Evangelical Churches [CREC] ed ha pubblicato nel maggio 2020 un corposo volume: American Crusade. Our Fight to stay Free – una crociata da scatenare contro quanti erano ritenuti nemici dell’America, dai “sinistrorsi” agli islamici.
Dal canto suo il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ne respingeva l’affermazione, chiarendo che era «il peccato più grave avvalersi del nome di Dio per giustificare una guerra». Non è più tempo di crociate, anche se i sostenitori di questa politica di Donald Trump ne utilizzano ampiamente il lessico e i concetti: un atteggiamento e una prassi ampiamente radicate in un “Nazionalismo cristiano” dalle venature apocalittiche.
Peraltro, negli ambienti tradizionalisti degli USA, in cui scorre una corposa vena carsica di antisemitismo, cresceva una manifesta perplessità per le motivazioni addotte, che si potevano appunto ricongiungere con gli orientamenti del Sionismo Cristiano.
Addirittura diveniva esplicita la condanna di un discusso, telepredicatore, Lindsey Graham [figlio del famoso Billy Graham (†2018)], un filo-trumpiano, che di fronte a migliaia di persone, e intervenendo a Fox News, dichiarava che l’America «[is] going to blow the hell out of this people». Un personaggio di tal fatta poteva essere presentato difficilmente come “protettore dei vulnerabili” : Lindsey Graham shouldn’t be lauded by pro-lifers while he supports the destruction of a foreign nation (LifeSiteNews). In quel modo, paradossalmente, ci si allineava a dichiarazioni di papa Francesco e di Leone XIV, secondo i quali non si poteva essere pro-life e nello stesso tempo favorevoli alla pena di morte.
In una sede impegnata nella razionalizzazione di tematiche religiose, e politiche, in chiave conservatrice, come First Things, il direttore, R.R. Reno, si interrogava se la campagna bellica anti-iraniana «Epic Fury» potesse essere giudicata con il secolare concetto cristiano-cattolico di guerra giusta: concludendo con una risposta francamente perplessa.
Già il 4 marzo, in un’intervista rilasciata all’Osservatore Romano, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, ha ricordato che a suo tempo Giovanni Paolo II aveva tacciato di immoralità qualsiasi forma di guerra preventiva, in occasione della guerra scatenata dagli Stati Uniti contro l’Iraq di Saddam Hussein: «La guerra preventiva rischia di incendiare il mondo»
Negli stessi giorni agli inizi di marzo, anche America, rivista dei Gesuiti, si interrogava sulla risposta dei cattolici nei confronti della guerra in Iran, alla luce della teoria della guerra giusta: una tematica che ha alle spalle secoli di discussioni. La conclusione era che si trattasse di una guerra ingiusta e ingiustificabile.
Verso la fine del proprio pontificato, in un’intervista rilasciata nel 2023 a La Civiltà Cattolica, papa Francesco era stato particolarmente esplicito:
«Hai verificato che negli Stati Uniti la situazione non è facile: c’è un’attitudine reazionaria molto forte, organizzata, che struttura un’appartenenza anche affettiva. A queste persone voglio ricordare che l’indietrismo è inutile, e bisogna capire che c’è una giusta evoluzione nella comprensione delle questioni di fede e di morale […]. Andiamo al concreto. Oggi è peccato detenere bombe atomiche; la pena di morte è peccato, non si può praticare, e prima non era così; quanto alla schiavitù, alcuni Pontefici prima di me l’hanno tollerata, ma le cose oggi sono diverse».
In questo si poneva sulla linea della propria enciclica Fratelli tutti (3 ottobre 2020), da cui si poteva dedurre una condanna della frequente manipolazione della dottrina delle “guerra giusta”.
Malgrado il secolare dibattito che aveva avvolto il concetto di guerra giusta, nel 1963 con l’enciclica Pacem in terris di Giovannni XXIII si denunciava un maniera esplicita l’immoralità di una guerra nucleare: «giustizia, saggezza ed umanità domandano che […] si mettano al bando le armi nucleari».
Due anni dopo, il 4 ottobre 1965, Paolo VI è stato il primo pontefice a parlare all’assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Vi tenne un discorso in francese, il cui significato si condensava in una invocazione: «Mai più la guerra!»
A sua volta la voce di Giovanni Paolo II era restata isolata nella condanna delle guerra del golfo scatenata nel gennaio 1991 dal Presidente degli Stati Uniti, George Bush. Nel messaggio Urbi et orbi del 25 dicembre 1990, il papa ammonì che «la guerra è un’avventura senza ritorno». Scaduto l’ultimatum dell’ONU a Saddam Hussein, la sua invocazione fu esplicita: «mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza; mai questa guerra nel Golfo Persico».
Quanto a papa Francesco, sia pure nel contesto condizionato da una “terza guerra mondiale a pezzi”, ha portato avanti «una linea che sostituisce alla guerra santa e alla guerra giusta l’istanza evangelica della nonviolenza attiva» (Menozzi).
Alla luce di un orientamento consolidato è quindi subentrato l’intervento di tre autorevoli cardinali statunitensi, l’arcivescovo di Chicago, Blase J. Cupich, l’arcivescovo di Washington, Robert W. McElroy, l’arcivescovo di Newark, Joseph W. Tobin. Essi hanno lanciato un forte appello contro il ricorso alla guerra come strumento ordinario della politica nazionale, invitando gli Stati Uniti a considerare l’azione militare solo come ultima risorsa in situazioni estreme. Il documento proponeva una lettura critica della politica estera degli Stati Uniti alla luce dei principi indicati da papa Leone XIV nel suo discorso del 9 gennaio 2026 al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede.
Dal cardinale Cupich è stata alzata forte la voce, quando nel sito della Casa Bianca è apparso una sorta di videogioco per illustrare la guerra in corso contro l’Iran: «Una guerra vera trattata come un videogioco: ciò è disgustoso» «Ridurre la guerra a un videogioco è un profondo fallimento morale». Esplicita è stata poi la pubblica riprovazione da parte di Leone XIV, che è ripetutamente intervenuto a proposito dei conflitti in Medio Oriente.
Il cardinale Robert W. McElroy ha giudicato «non moralmente legittima» la decisione degli Stati Uniti di entrare in guerra contro l’Iran, richiamando ancora i principi della dottrina cattolica sulla «guerra giusta», che non contempla appunto una legittimità della guerra preventiva.
Di un mutato atteggiamento della gerarchia cattolica statunitense nei confronti della guerra era stata significativa indicazione un’intervista rilasciata nel mese di gennaio dall’arcivescovo Timothy Broglio, dal 2008 Ordinario militare per gli Stati Uniti e da poco cessato dalla funzione di presidente della Conferenza episcopale (USCCB, 2022-2025). Nel periodo in cui Donald Trump esasperava la tensione a proposito di un’annessione della Groenlandia, il prelato conservatore ricordava che il Catechismo della Chiesa cattolica del 1997 all’articolo 2313 prevedeva la possibilità per il soldato di sottrarsi all’obbedienza nel caso di ordini relativi ad «azioni manifestamente contrarie al diritto delle genti e ai suoi principi universali». In un contesto in cui si trattava in realtà della questione della guerra giusta si arrivava a toccare la problematica dell’obiezione di coscienza.
A dire il vero si era in presenza di un quadro di riferimento alquanto diverso, come emergeva da una dichiarazione di papa Leone XIV, enunciata nel discorso al corpo diplomatico nel gennaio 2026, a proposito del diritto all’obiezione di coscienza : «Che si tratti del rifiuto del servizio militare in nome della non violenza o del diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari».
A questo punto, almeno ai livelli più elevati della gerarchia cattolica, il consueto arsenale degli argomenti legati al concetto di guerra giusta risultava obiettivamente essere spuntato (anche se la prospettiva della difesa della vita in tutte le sue fasi rimaneva una questione niente affatto agevole da gestire). Con un tale orientamento, inoltre, ci si distaccava dagli ambienti conservatori di altre Chiese cristiane: da un lato il filone evangelicale che nutriva il Sionismo cristiano e il Nazionalismo cristiano, in particolare negli Stati Uniti, e da un altro la posizione della Chiesa ortodossa russa, che per bocca di Kirill, Patriarca di Mosca, in una omelia del 6 marzo 2022, aveva benedetto l’invasione dell’Ucraina: «Stiamo parlando di qualcosa che va oltre le convinzioni politiche, parliamo della salvezza umana. Ci troviamo in una guerra che ha assunto un significato metafisico»
A dire il vero la guerra preventiva nei confronti dell’Iran da parte degli Stati Uniti ha fatto emergere un profonda spaccatura tra evangelici e cattolici tradizionalisti all’interno del movimento MAGA dei sostenitori del Presidente Donald Trump: al punto di spingere il National Catholic Reporter a raccogliere ed elencare gli avvenimenti, che portavano a concludere che l’amministrazione Trump era in guerra con la Chiesa cattolica.
Per una contestualizzazione si veda Daniele Menozzi, Il papato di Francesco in prospettiva storica. Brescia, Morcelliana, 2023, cap. XIII: «Guerra santa, guerra giusta, non violenza».
Per inquadrare la fenomenologia del nazionalismo cristiano negli USA si vedano Massimo Faggioli, Joe Biden e il cattolicesimo negli Stati Uniti. Brescia, Scholé, 2021, e Da Dio a Trump. Crisi cattolica e politica americana. Brescia, Scholé, 2025.
