TRADIZIONE, TRADIZIONALISMO E TRASMISSIONE DEL CRISTIANESIMO
Per gentile concessione del gesuita cileno Jorge Costadoat Carrasco, fino al 2014 docente presso la Pontificia Universidad Católica de Chile e coordinatore della Comisión Teológica de la Compañía de Jesús en América Latina (2000-2004 y 2006-2013) si pubblica una traduzione italiana di Tradición, tradicionalismo y transmisión del cristianismo, apparso in un “pliego” di Vida Nueva nel 2024 (lo si può trovare in Academia).
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Viviamo in tempi confusi. Ci sono troppi cambiamenti, oltre tutto accelerati. Abbiamo perso gli orientamenti fondamentali. Il cristianesimo ne offre alcuni. Il cristianesimo costituisce una formidabile tradizione dell’umanità. Ha una storia molto ricca di indizi che indicano dove andare. Ma la Chiesa ha difficoltà a proclamare il Vangelo alle prossime generazioni. Il tradizionalismo, l’aggrapparsi al passato (costumi, riti e dottrine), il non riconoscere la storicità della configurazione della Chiesa, è una tentazione. È urgente distinguere il tradizionalismo dalla tradizione. Si tratta di una raccolta di esperienze di Dio e di versioni della Chiesa a disposizione di coloro che vogliono continuare ad annunciare Cristo con creatività. Il tradizionalismo finisce per uccidere la fede. La Tradizione, d’altra parte, è un’espressione vivente della fede.
La prima e più importante sfida del cristianesimo è sempre stata, e continuerà ad essere, quella di comunicare il Vangelo come ha fatto Gesù. La sfida di trasmettere la fede equivale a trasmettere alle generazioni future una tradizione di umanità: l’umanità di Gesù. La Chiesa nascente riconobbe nel Nazareno un essere pienamente Dio e pienamente uomo, e lo comunicò alle generazioni successive perché, come i primi discepoli, potessero fare un’esperienza analoga a quella di Gesù, la cui perfetta unione con il Padre lo rendeva più umano di chiunque altro. La Tradizione (con la maiuscola) è questa stessa Chiesa, è il cristianesimo, è il cammino di una moltitudine di persone e di popoli che hanno attraversato la storia per annunciare che Dio, il Creatore, ama la sua creazione e che, d’ora in poi, la realizzerà grazie al suo immenso amore.
È triste, proprio per questo, la profonda crisi che colpisce l’evangelizzazione in un Occidente da secoli cristiano. Se si tratta di ripiantare il cristianesimo in questi territori, molte questioni devono essere riviste. In questa occasione lo faremo stabilendo una distinzione tra Tradizione e tradizionalismo. Affinché la Tradizione cristiana possa essere trasmessa alle prossime generazioni, è necessario liberarla da elementi che possono essere stati validi in passato, ma che oggi costituiscono un peso. Purtroppo, espressioni come “Cristo sì, la Chiesa no” o “Gesù sì, ma non il Figlio di Dio incarnato”, tipiche di molti cristiani, hanno la loro origine in un’errata percezione dei Vangeli che i primi cristiani scrissero per conservare la memoria del Maestro.
Certamente la Tradizione e il tradizionalismo sono due fenomeni che non possono essere del tutto separati. L’uno si annida nell’altro. Non possono essere contrapposti come se non avessero nulla a che fare reciprocamente. Devono essere distinti, perché sono intrinsecamente correlati. Tuttavia, sono contrari. Sono teoricamente contrari, ma in pratica il cristianesimo vive nell’ambiguità, nell’equivoco, nel sincretismo, e dipende dalla pazienza di Dio, che fa avanzare i cristiani che sono lenti insieme a quelli che sono più veloci. La Tradizione deve essere rinnovata. Perché ciò avvenga, però, è necessaria una certa tolleranza nei confronti del tradizionalismo, dal momento che nessuno ne è completamente esente.
La Tradizione e le varie espressioni del tradizionalismo vogliono rispondere alla stessa sfida: trasmettere il Vangelo. Il problema è che cercano di farlo in modi esclusivi. I difensori della Tradizione vedono nel tradizionalismo il pericolo di pietrificare il Vangelo; quelli del tradizionalismo, invece, come minaccia della sua dissoluzione. Il tradizionalismo non può essere completamente disprezzato, poiché costituisce un contrappeso a questa possibilità, ma non è un’alternativa autentica, bensì ingannevole. È possibile invocare la Tradizione per interpretare il Vangelo in modo retrogrado. La Tradizione è utile per smascherare la pretesa di verità del tradizionalismo. È l’antidoto alla pretesa “eretica” dell’ortodossia. La Tradizione, più che un cumulo di “verità” da preservare in tutti i secoli, è l’accumulo di esperienze autentiche di Dio trasmesse all’interno del Popolo di Dio pellegrino nella storia, che a loro volta servono a discernere l’ortodossia di nuove esperienze. La Tradizione non costituisce un mero accumulo di conoscenze teoriche e pratiche. Sono anche opere d’arte, liturgie, cimiteri, danze, tradizioni, edifici religiosi, chiese ed edifici.
TRADIZIONALISMO
Un fenomeno umano
Come la Tradizione, Il tradizionalismo religioso è intrecciato con tematiche culturali e sociali e psicologiche. Anche in questi ambiti si trovano tradizionalismi.
- Da un punto di vista psicologico, il tradizionalismo è molto comprensibile. Poiché non tutto ciò che è nuovo è buono, la paura del cambiamento è molto giustificata. Allora, se la Chiesa modifica il suo insegnamento o le sue pratiche, molti cattolici possono diventare irrequieti. Si aspettano dalla Chiesa, tra le altre cose, sicurezza. Ad esempio, c’erano persone che erano confuse quando il Padre Nostro era stato “cambiato”. Prima si diceva “rimetti a noi i nostri debiti”, ora “le nostre offese”? Questa modifica è stata buona? Un altro esempio: poiché le comunità offrono il riconoscimento tra persone che condividono gli stessi valori, se questi cambiano, l’appartenenza al gruppo viene messa tra parentesi. La fedeltà all’identità del gruppo è fondamentale. È legittimo esigere che non cambi. Tuttavia, le paure non possono impedirci di apportare i cambiamenti che si ritengono necessari.
- C’è anche un tradizionalismo socio-politico. La più famosa dei tempi moderni è stata la reazione conservatrice alla Rivoluzione francese. L’emergere delle repubbliche e della democrazia fu deplorato dagli ambienti monarchici. Ad oggi, il passaggio alla divisione dello Stato in istituzioni politiche (esecutive), legislative e giudiziarie non è assicurato. Il tradizionalismo può anche allearsi con le mobilitazioni rivoluzionarie conservatrici. In America Latina ci sono state diverse dittature promosse da settori di estrema destra che non hanno mai creduto abbastanza nella democrazia come sistema politico e nel rispetto dei diritti umani che è insito in questa forma di governo.
- C’è persino un tradizionalismo culturale. Nel campo del genere [gender], ad esempio, produce una resistenza che si è dimostrata insostenibile.
Versioni del tradizionalismo cattolico
In ambito religioso, in particolare in ambito ecclesiastico cattolico, il tradizionalismo ha diverse facce:
- Il tradizionalismo liturgico è facile da riconoscere perché è visibile. Basta affacciarsi in una chiesa. Se il sacerdote consacra dando le spalle ai fedeli; se usa il messale di Pio V; se dà la comunione ai cattolici in ginocchio e in bocca; se i loro ornamenti sono spettacolari; e se la sua omelia si concentra sul peccato, sul perdono e sull’obbligo di confessarsi; se tutte queste espressioni di religiosità fanno parte di una ritualità che non può essere alterata, sappiamo che siamo di fronte a un modo di intendere la liturgia che invoca l’ortodossia per se stessa: si tratta una versione eterodossa della fede cristiana come la Chiesa intende la sua fede in questo momento della storia.
- Il tradizionalismo esegetico si riconosce nella lettura fondamentalista o letteralista dei testi della Sacra Scrittura. L’interprete letteralista non accetta che certe espressioni o storie bibliche possano avere un significato diverso da quello che appare nel testo. Due esempi paradigmatici di questo tradizionalismo sono: l’invocazione di un testo della Bibbia per condannare Galileo; e, un altro, il rifiuto della teoria di Darwin sull’evoluzione delle specie per aver minato la storia della creazione di Adamo ed Eva. Il lettore fondamentalista è colui che rimane sorpreso se gli viene spiegato che una certa espressione può essere tradotta in un modo o nell’altro, e anche in modo opposto. Lui, lei, non sa che il testo originale è in greco e che la sua traduzione in spagnolo ammette variazioni, e che la stessa traduzione può suonare diversa nelle diverse lingue moderne. L’esegesi fondamentalista rifiuta l’ermeneutica. Essa richiede la lettura degli episodi biblici alla luce di una comprensione globale della Bibbia e della Tradizione della Chiesa. La lettura di qualsiasi testo biblico avviene in un contesto personale, sociale e storico. In questo senso il fondamentalismo è ingenuo o intransigente.
- Il tradizionalismo morale non accetta che l’insegnamento della Chiesa nel campo dell’etica possa cambiare. Il caso del tradizionalismo nell’ordine della morale sessuale è particolarmente preoccupante quando si esprime a livello magisteriale. L’icona di questo tradizionalismo sono i vescovi e i sacerdoti che insistono sul valore dell’Humanae Vitae sul punto più controverso, cioè che gli atti sessuali devono essere lasciati aperti alla procreazione e, di conseguenza, che i mezzi artificiali di controllo delle nascite sono eticamente riprovevoli. Questa intolleranza non tiene conto del fatto che questa dottrina non è stata accettata dal Popolo di Dio. Inoltre, tali sacerdoti non si accorgono dell’enorme danno causato dall’enciclica nei matrimoni, soprattutto alle donne. L’Amoris Laetitia di papa Francesco ha consegnato il discernimento sull’opportunità della contraccezione nei matrimoni. Deve essere considerato un passo avanti molto importante (AL 222), ma serve una dottrina che davvero accolga con favore il pensiero dei laici in questo ambito.
- Il tradizionalismo teologico non distingue tra Vangelo e dogma. Il dogma della Chiesa specifica in che cosa consiste il Vangelo. Essa regola ciò che è possibile insegnare sul mistero della salvezza. Senza il dogma formulato dalla Chiesa, il cristianesimo è stato da tempo in grado di seguire qualsiasi corso e, al momento, di dissolversi in diversi scismi.
Ma il dogma è al servizio del Vangelo; è evangelico nella misura in cui costituisce una buona novella per i cristiani nel corso dei secoli. Bisogna ammettere una differenza tra il dogma e la sua formulazione. Come veicolo del Vangelo, non può cambiare; in caso contrario, deve essere espresso meglio. In questo senso, l’emblema del conservatorismo teologico del nostro tempo è la resistenza all’ordinazione sacerdotale delle donne. È comprensibile che una tradizione di duemila anni di esistenza meriti un enorme rispetto. Qualsiasi cambiamento in materia deve essere attentamente esaminato. Ma, nella misura in cui i cattolici hanno preso coscienza del valore evangelico della liberazione delle donne, la dottrina che limita il sacramento agli uomini è diventata un antivalore. La gerarchia della Chiesa dovrebbe considerare che l’argomento biblico è debole, perché se la storicità della fede è insita nel cristianesimo, l’elezione di dodici uomini, da parte di Gesù, non può continuare ad essere invocata come motivo dell’esclusione delle donne. Questo argomento, dal punto di vista dell’interpretazione corrente del Vangelo, è intollerabile. L’indicazione biblica fondamentale non è che i ministri siano uomini, ma che guidino le comunità con l’autorità di Gesù.
- Infine, il tradizionalismo pastorale è caratterizzato dall’espressione “si è sempre fatto così”. È tipico delle parrocchie. Le persone più anziane impongono usanze intoccabili ai nuovi. Nella vita ordinaria della Chiesa ci sono espressioni di tradizionalismo, a volte pittoresche, a volte odiose.
Il caso più grave di tradizionalismo pastorale è quello causato dall’ignoranza della dottrina del Vaticano II sulla formazione del clero. I seminaristi devono essere formati secondo i requisiti dei documenti Optatam totius, Presbyterorum ordinis e Lumen gentium. Tuttavia, ci sono preoccupanti focolai tridentini. Il Concilio di Trento fu innovativo nel XVI secolo, non era destinato ad essere tradizionalista. La pretesa di tornarvi contro la formazione presbiterale richiesta dal Vaticano II invece lo è.
In termini generali, la Chiesa cattolica non è in grado di superare la versione sacerdotale del cristianesimo centrata, soprattutto, nel sacrificio della Messa, nell’uomo consacrato che la celebra, nella colpa e nel perdono dei peccati.
Condanna del tradizionalismo
Nella storia della Chiesa ci sono diverse condanne del tradizionalismo da parte di filosofi e teologi cattolici. Esse hanno a che fare con il modo in cui è stato compreso il rapporto tra la rivelazione di Dio e la ragione umana.
In termini generali, si può dire che il tradizionalismo sostiene: “1) che la ragione individuale che si affida a se stessa è incapace di raggiungere e, soprattutto, di conoscere con certezza le verità morali e religiose; 2) esse hanno la loro origine in una rivelazione primitiva che la tradizione trasmette infallibilmente: da allora in poi, il consenso generale del genere umano, o il senso comune, diventano l’unico criterio di ogni certezza” (1).
La Chiesa ha respinto, nel XIX secolo, il pensiero di F.-R. de Chateaubriand che, in opposizione al razionalismo e allo scetticismo, riteneva che fosse possibile ottenere una conoscenza metafisica solo attraverso una rivelazione di Dio, da cui sarebbe derivata la necessità di riconoscere l’eccellenza del cristianesimo in materia di dogmi, morale e liturgia. Sotto Gregorio XVI il fideismo fu condannato (DH 2751); Pio IX fece lo stesso con il tradizionalismo di A. Bonney (DH 2811 e 2841); e il Concilio Vaticano I, nella costituzione Dei Filius (1870), anche se in modo indiretto, ha respinto entrambi, assicurando che fede e ragione non si contraddicono a vicenda, poiché Dio è il creatore dell’una e dell’altra (DH 3015, can. 1). In altre parole, poiché la ragione opera nel tempo, il tradizionalismo è un errore a causa della sua negazione della storicità della verità.
Il Vangelo, insistiamo, non può cambiare, ma il modo di esprimerlo – nelle azioni e nelle espressioni linguistiche – deve necessariamente mutare. Questo è esattamente ciò che intendeva il Concilio Vaticano II. Giovanni XXIII volle aggiornare la Chiesa, renderla attuale, fare riforme liturgiche, morali e teologiche che potessero migliorare l’annuncio del Vangelo agli uomini contemporanei. I cambiamenti sono stati numerosi. Giovanni Paolo II, anni dopo, insistette sulla dottrina della Chiesa con queste parole: “La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano si eleva alla contemplazione della verità” (Fides et ratio, 42). Poi, nell’enciclica Lumen fidei, scritta da due mani, quelle di Benedetto XVI e di Francesco, si ribadiva l’insegnamento della Chiesa: «La fede non è contraria alla ragione; non è irrazionale, ma sovra-razionale” (n. 36). Questa convinzione tradizionale avrebbe dovuto essere la cura per il tradizionalismo.
LA TRADIZIONE
Origine della verità cristiana
Il tradizionalismo invoca il possesso della verità, ma si sbaglia. La verità che pretende di possedere corrisponde, aggiungendo e sottraendo, al mistero di Cristo.
Un vero essere umano realizza la sua esistenza nel tempo. Non si arriva a conoscere senza imparare e ciò che si insegna, anche se è corretto e invariabile, deve cambiare nella sua espressione a seconda del posto che occupa in contesti che mutano. Possiamo anche avere un’idea innata di Dio, ma sarà rilevante per gli esseri umani soltanto se trova espressioni teoriche e pratiche che possono sempre essere perfezionate. La Dei Verbum, la costituzione del Vaticano II sulla rivelazione divina, ricorda che la comprensione delle parole e delle istituzioni “cresce”; che “la Chiesa cammina attraverso i secoli verso la pienezza della verità”; che Dio “continua a parlare” con lei; che lo Spirito Santo “conduce i fedeli alla verità piena” (DV 8).
D’altra parte, è anche eccessivo arrogarsi la possibilità di avere una concezione completa di Dio e della salvezza. Il tradizionalismo è odioso perché invoca Dio per sacralizzare semplici utensili come i purificatori. Il tradizionalismo tende a trasformare la Chiesa in un mega-feticcio, ma la verità cristiana è strutturata in un altro modo. Il suo paradigma è l’Incarnazione, cioè gli esseri umani non arrivano a conoscerla se non nel modo in cui conoscono altre realtà di natura simile; la Chiesa credeva che Gesù, il figlio di Maria e Giuseppe, il falegname, fosse il Figlio di Dio. Nel cristianesimo, Dio si fa conoscere in modo umano. Gesù, la sua vita, il suo tentativo storico, i suoi successi e i suoi fallimenti, costituiscono la più grande rivelazione di Dio stesso, il quale, del resto, si rivela agli altri popoli e attraverso tutte le creature. L’esempio più chiaro è la Bibbia. È la Parola in parole umane. La Bibbia non è caduta dal cielo. In essa, molte persone hanno scritto ciò che è accaduto nel popolo di Israele e nella Chiesa prima e subito dopo la risurrezione di Cristo. La Bibbia non è sacra perché è stata scritta e pubblicata da Dio stesso, ma perché è stata scritta da persone che, ispirate dallo Spirito Santo, si sono sforzate di ascoltarlo e di discernere la sua voce. Queste persone videro nell’azione libera e consapevole dei loro contemporanei ciò che credevano essere l’opera dello Spirito Santo.
Nel Nuovo Testamento, in particolare, i cristiani riconoscono che Dio parla in modo trinitario. Gesù è la Parola del Padre. Il Figlio parlava con parole umane, l’aramaico del tempo, che il suo popolo poteva capire. Gesù è stato il personaggio storico che, grazie allo Spirito, ha saputo realizzare fino in fondo la sua figliolanza divina. Per mezzo di questo stesso Spirito, Cristo risorto continua a spiegare alla sua Chiesa il mistero del Regno. Vale la pena citare ancora la Dei Verbum:
“La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono così intimamente unite e compenetrate. Infatti, tutti e due scaturite dalla stessa fonte divina, si fondono in un certo modo e tendono allo stesso fine. La Sacra Scrittura, infatti, è la parola di Dio in quanto è scritta sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, e la Sacra Tradizione trasmette
La Parola di Dio è interamente affidata ai successori degli Apostoli, affidata loro da Cristo Signore e dallo Spirito Santo, perché, alla luce dello Spirito di verità, la custodiscano
esporlo fedelmente e diffonderlo con la loro predicazione; Da ciò consegue che la Chiesa non trae la sua certezza su tutte le verità rivelate dalla sola Sacra Scrittura. Perciò entrambi siano ricevuti e venerati con lo stesso spirito di pietà” (DV 9).
Il Popolo di Dio, fino ad oggi, arriva a conoscere Dio spiritualmente, cioè attraverso le esperienze dello Spirito che lo guidano nel corso degli anni, e non tutto in una volta e per sempre. La missione della Chiesa è trasmettere il Vangelo, è testimoniare nel tempo ciò che le è accaduto per duemila anni con Gesù. Lei stessa è questa trasmissione vivente di Cristo. È questa tradizione, ma nella misura in cui si dona al mondo come ha fatto Gesù sulla croce.
La sfida ermeneutica
Ciò significa che sappiamo di Dio ciò che pratichiamo riguardo a Dio. Dio “si pratica”, dice Gustavo Gutiérrez (2). Jon Sobrino, in modo simile, afferma: “Conosce Cristo chi segue Cristo ” (3). La conoscenza di Dio che caratterizza il cristianesimo proviene dall’esperienza spirituale di ciascuno dei battezzati. Da questa esperienza la Chiesa trae i criteri di interpretazione di quelle che saranno d’ora in poi nuove esperienze di Dio.
Le Sacre Scritture sono la norma normans non normata, il criterio ermeneutico per eccellenza, ma lo sono in quanto in esse è stata registrata la storia dell’esperienza pasquale della Chiesa nascente. Anche questo criterio, benchè sia il più alto dei criteri, deve essere sottoposto a una critica razionale. Tutti i criteri della fede autentica possono e devono essere esaminati. Nel cristianesimo non c’è un criterio teologico che sia esentato dal controllo della ragione. I criteri di giudizio del cristianesimo antico richiedono una revisione perché rispondevano a esigenze storiche che non saranno mai più esattamente le stesse. Sarà sempre imperativo sviluppare nuovi criteri o adeguarli, riformularli e rinnovarli in modo che siano in linea con i tempi.
La verità cristiana ha un’impronta, oltre che trinitaria, escatologica. Che cos’è la verità? Qualcosa che nessuno oggi è in grado di comprendere fino in fondo, perché Cristo riconcilia ancora l’universo con se stesso. Si è rivelata l’inizio di un mondo che ha ancora bisogno di migliorare. Gesù Cristo è la verità escatologica. Questa verità è conosciuta dalla Chiesa nella misura in cui fa un download dello Spirito che opera la creazione.
“Luoghi teologici”
La Chiesa conta su Cristo come criterio per interpretare la tradizione autenticamente cristiana. La teologia, d’altra parte, offre alla Chiesa strumenti ermeneutici. Questi sono tradizionalmente noti come “luoghi teologici”. Melchor Cano, un autore classico sull’argomento, distingueva i luoghi “propri” da quelli “impropri”. “Propri” sono quegli strumenti ai quali viene riconosciuta un’autorità teologica esplicita nel momento in cui si di utilizzano nell’argomentazione in questo o quel senso. Per Cano, i “luoghi teologici propri” sono: l’autorità della Sacra Scrittura; le tradizioni di Cristo e degli apostoli; la Chiesa cattolica, i concili, la Chiesa romana; gli antichi santi; e i teologi scolastici. Se si tratta di stabilire, per esempio, come si intende una certa norma morale, il magistero o i teologi devono basare il loro pensiero su ciò che trovano in questo deposito. La Tradizione della Chiesa ha una ricchezza enorme. In essa troviamo non uno, ma molti modi di interpretare il Vangelo.
Cano pensa che anche i criteri secolari siano necessari per un’interpretazione della rivelazione. Cioè, strumenti che gli esseri umani in generale usano per spiegare e dimostrare i loro punti di vista. Sono i “luoghi teologici impropri”: la ragione naturale, l’autorità dei filosofi e della storia umana (4). Come un ateo, un musulmano o un ebreo, anche i cristiani usano fonti di conoscenza non teologiche per pensare e organizzare la vita umana. Se non lo fanno – se, invece, cercano di dominare lo spazio pubblico facendo prevalere le loro “verità” perché si suppone che siano state loro rivelate – diventano una minaccia per la convivenza sociale. A quei “luoghi estranei” di Cano, oggi si aggiungono le scienze moderne (5). Ad esempio, negli studi biblici, sono disponibili strumenti linguistici per leggere un testo, strumenti che potrebbero essere utilizzati per leggere un antico documento cinese e simili. Inoltre, la papirologia, gli studi sui popoli confinanti con la Palestina dell’epoca, l’archeologia, ecc., sono molto utili. In base a questo presupposto, un esegeta agnostico può arrivare a risultati migliori di uno cristiano.
Certamente la Tradizione è molto più che la trasmissione di idee teologiche. È la trasmissione per generazioni di una multiforme vita cristiana ed ecclesiale. In campo teorico, l’enorme contributo di Cano deve essere riconosciuto, anche se deve essere anche limitato. Il suo sistema di criteri di discernimento teologico serve a mediare la fede e la ragione in astratto. Non include l’importanza dello Spirito nell’attività interpretativa della Parola di Dio oggi e concretamente. Cosa dice Dio oggi? Questo è il piano fondamentale. La Tradizione è la trasmissione del cristianesimo vivo. Non si tratta, come abbiamo detto, di lasciare in eredità alle prossime generazioni un corpus di conoscenze teologiche, ma di condividere un’esperienza spirituale personale ed ecclesiale. La teologia contemporanea, in particolare quella latinoamericana, sta sviluppando il concetto di storia come “luogo teologico”, ma non nel senso usato da Cano. Collocando la storia tra i “luoghi teologici alieni”, egli pensava alla storia come a una disciplina: nei testi, negli archivi, nei libri di storia… La teologia del Novecento si serve anche di questi strumenti, ma inoltre si concentra sugli eventi, su gli accadimenti e sulle azioni umane in cui Dio agisce nel presente. Questo dovrebbe essere l’oggetto per eccellenza della teologia. Ciò che merita di essere guardato con attenzione è, soprattutto, l’azione dello Spirito nei cristiani e anche in coloro che non lo sono.
Finché la teologia e il magistero non si allontaneranno dall’osservazione della vita spirituale e della santità dei cristiani, e dal discernimento dei segni dei tempi, il tradizionalismo si troverà alle calcagna della Chiesa. Il sistema interpretativo della Parola di Dio di Cano è utile, ma invocarlo semplicemente non basta. Non serve a un cristianesimo che vuole essere creativo. Si riferisce sistematicamente al passato, a ciò che è stato fatto e dovrebbe continuare a essere fatto. Il ricorso ai “luoghi teologici” del domenicano è indispensabile per determinare ciò che è la fides quae (ciò che la Chiesa crede oggettivamente), ma il cristianesimo si svolge in ultima analisi sul piano della fides qua (non nel credo, ma nel credere). Il rapporto che deve essere stabilito tra i due deve subordinare l’ortodossia (la fede ben intesa) all’ortoprassi (alla pratica, la cui migliore espressione è l’amore).
La sfida evangelizzatrice contemporanea
Grazie alla teologia del XX secolo, la missione evangelizzatrice della Chiesa ha dovuto seguire un nuovo corso, con una svolta di 180 gradi. Se la Chiesa ha preso coscienza che lo Spirito di Cristo opera in tutti i popoli della terra in un modo che forse non conosce (GS 22), e di conseguenza non è l’unico possessore di Dio e, da un punto di vista morale, non è migliore del popolo al quale desidera annunciare il Vangelo, l’approccio missionario deve cambiare completamente. Forse la cosa più innovativa del Vaticano II è che ha sottolineato la volontà salvifica universale di Dio (6), poiché implica che i popoli non cristiani possono “evangelizzare” la Chiesa nella sua versione occidentale, mediterranea e romana.
Il Concilio, in linea di principio, ha posto fine a ogni tipo di colonizzazione in nome della fede cristiana (cfr. Ad gentes). Se il Vaticano I ha richiesto la mediazione della fede e della ragione, il Vaticano II ha richiesto l’articolazione della fede e della cultura. Non c’è trasmissione del Vangelo al di fuori delle culture: la veicolano, ma, allo stesso tempo, ne limitano l’espressione e nessuna di esse la esaurisce. La dialettica dell’Incarnazione esige di comunicare Dio in forme umane; e, in virtù del mistero pasquale, richiede di relativizzare e de-assolutizzazione questo tipo di mediazione della fede. La Chiesa negli ultimi decenni ha tentato un’inculturazione del Vangelo nelle culture più diverse. Parafrasando Francesco, si può dire che la Chiesa “in uscita” è quella che è pronta ad “accogliere” tutti senza distinzioni. In linea di principio, tutti dovrebbero essere in grado di raggiungerla con il “suo vangelo” sotto il braccio.
La Chiesa ha come sfida la stessa missione di sempre, ma diversificata a seconda di ciò che lo Spirito le manifesta come decisivo. Quattro possono essere identificati come i principali segni dei tempi i quali richiedono che la Chiesa si riarticoli per adempiere a questa missione: la secolarizzazione, la liberazione delle donne, il pluralismo culturale e religioso e l’imminente catastrofe ambientale. Questi quattro fenomeni influenzano l’umanità nel suo insieme. La Tradizione che servirà da criterio per discernere l’evangelizzazione sarà arricchita dalla prassi cristiana che si fa carico di questi enormi appelli. La Tradizione, infatti, cresce nella misura in cui la Chiesa discerna i segni dei tempi e si piega a quei segni in cui lo Spirito innova nella storia. Come opera il tradizionalismo su questi fronti? Lo dico a pennellate.
- La secolarizzazione ha reso il mondo “mondano”. Non nel senso di peccaminoso, ma come una realtà che non ha bisogno di Dio per spiegarsi e generare i mezzi per il proprio funzionamento. Oggi si funziona etsi Deus non daretur (come se Dio non esistesse). La fede, anche se c’è stata, è stata lasciata ai margini e senza avere un grande impatto sulla cultura. È una questione privata. Utilizzate il motore di ricerca in un giornale elettronico. Ci si renderà conto che le parole “Dio”, “Cristo”, “Maria” non ci sono, se non in alcune menzioni di istituzioni caritatevoli o nomi come “Giovanni di Dio”, ecc. La Chiesa, quando ricorre alla Tradizione, offre criteri per discernere nel mondo ciò che è di Dio e ciò che non lo è. Il tradizionalismo, al contrario, è dedito solo alla condanna.
- Il tradizionalismo non ha modo di riconoscere nulla di buono nella rivoluzione femminista. È impossibile per lui dare cittadinanza al miglior femminismo cattolico, perché non tollera abusi teologici strutturali contro le donne. Nella Chiesa cattolica c’è attualmente una tempesta che minaccia di abbattere quasi tutto, perché quasi tutto porta l’impronta androgina e patriarcale che ha tenuto le donne in una posizione di svantaggio. È ancora più grave che questo status quo sia sacralizzato. La versione sacerdotale del cristianesimo ha divinizzato la Chiesa al punto da far credere ai cattolici che un tacito ruolo secondario per le donne sia naturale. Il fatto è che, nei Vangeli, in diversi episodi di Gesù e nell’insieme, troviamo una prima Tradizione che permette di neutralizzare l’antropocentrismo e il patriarcalismo.
- Un altro segno dei tempi, che la Chiesa apprezza da tempo, è l’apprezzamento della diversità culturale e religiosa. I cattolici si sono aperti a riconoscere nelle altre culture e religioni che Dio può essere all’opera non meno che in mezzo a loro stessi. In uno dei saggi più famosi di Karl Rahner, il teologo tedesco sostiene che nel Vaticano II è emersa una Chiesa “mondiale” (7). Per dirla in modo molto schematico e semplice, Rahner distingue tre tappe nella storia della Chiesa: quella giudeo-cristiana, quella greco-latina-germanica (inaugurata da san Paolo, che riuscì a convincere che non era necessario diventare ebrei per essere cristiani), e quella che si è manifestata con forza dopo il Concilio. In questo momento la Chiesa sta vivendo un’enorme tensione, poiché stanno per nascere diversi cattolicesimi (africano, asiatico, latinoamericano, ecc.). Questo movimento centrifugo combatte il colonialismo culturale europeo e ha particolari difficoltà con il governo romano. La Tradizione intesa in chiave coloniale ha visto gli altri come barbari. L’elezione di Francesco, in questo orizzonte, è molto significativa. È la prima volta nella storia della Chiesa che un papa non è mediterraneo o europeo. Attualmente la pressione per un cattolicesimo plurale è enorme. Il problema, a quanto pare, è che i pontefici non hanno ancora abbastanza strumenti per governare senza uniformare. La loro missione è quella di unire la Chiesa, ma questo richiede che ci siano diverse versioni di essa. Il tradizionalismo lavora contro questa possibilità.
- Un’ultima grande sfida è quella di superare la crisi sociale e ambientale. Certamente, oggi, questo è il più grande segno dei tempi. Mai prima d’ora l’umanità si è trovata nella situazione di potersi estinguere. I paesi ricchi sono stati lenti a rendersi conto della gravità del problema. I poveri, come sempre, sono stati a lungo vittime dell’estrazione mineraria incontrollata, della migrazione indotta dalla siccità, della miseria causata dalle monocolture e di molti altri mali. Vale la pena chiedersi: come può il tradizionalismo affrontare queste situazioni? Si dirà che la Tradizione non ha nulla a che fare con questi fenomeni. Ebbene, se la Chiesa non deve attualizzare l’annuncio del Vangelo in questi campi, incorre nel fideismo. Se disprezza la mediazione della ragione e della cultura, in base a quali conoscenze scientifiche si può dire che bisogna fare qualcosa perché la Chiesa contrasti questo pericolo? La fede, senza ricorrere alla scienza secolare, condannerà tutt’al più indiscriminatamente ciò che, agli occhi di chiunque, è sbagliato. Ma se una persona o un ecclesiastico fideista approfondisce la questione, deve confessare che la sua conoscenza non deriva più dalla Bibbia che dalle università.
Il tradizionalismo fondamentalista fideista è incapace di offrire risposte ai nuovi problemi. Non ha gli strumenti per farlo. Francesco, con la sua enciclica Laudato si’, sfida mori e cristiani perché prende molto seriamente gli studi scientifici sulla realtà socio-ambientale. Nel momento di proporre azioni che contrastino il pericolo in cui si trovano l’umanità e molte altre specie, il Papa argentino invita a dialoghi interdisciplinari e interistituzionali (Laudato si’, nn. 163-201). La Chiesa non ha la soluzione per un problema così complesso; tuttavia, crede che sia volontà di Dio affrontarlo.
Concludo questo articolo con le parole di Rafael Aguirre, un esperto delle origini della Chiesa, perché esprimono molto bene quello che volevo dire in queste pagine:
“La Chiesa non è fine a se stessa, ma è al servizio del Regno di Dio. Il primo compito della Chiesa è quello di promuovere l’esperienza di Dio, che è alla radice della vita e del messaggio di Gesù: la fiducia in Dio Padre e la dedizione alla sua causa – la fraternità tra gli uomini, la liberazione dei poveri – che costituisce un principio di radicale trasformazione personale e sociale. Le formulazioni dottrinali e la loro tutela sono compiti necessari, ma secondari, della Chiesa. Oltre ad essere un compito culturalmente molto importante, condizionale e, quindi, rivedibile” (8).
Note
- Cfr. Jean-Yves Lacoste, Dictionnaire critique de théologie (París, 1998), p. 1410.
- Gustavo Gutiérrez, El Dios de la vida (Lima, 1981), p. 6.
- Jon Sobrino, Jesucristo liberador (Madrid, 1991), p. 57.
- Cfr. Peter Hünermann, Fe, tradición y teología como acontecer de habla y verdad (Barcelona, 2006), p. 212.
- Sulla possibilità di un rinnovamento nell’uso del sistema dei “luoghi teologici”, si può consultare Peter Hünermann, “Nuevos loci theologici. Una aporte para la renovación teológica de la teología”, en El Vaticano II como software de la Iglesia actual (Universidad Alberto Hurtado, Santiago, 2014), pp. 263-291.
- Luis F. Ladaria, Jesucristo, salvación de todos (Madrid, 2007).
- Cfr. Karl Rahner, “Theologische Grundinterpretation des II. Vatikanischen Konzils”, in Karl Rahner, Schriften zur Theologie, Bd. 14 (Zürich-Einsiedeln-Köln, 1954), pp 287-302.
- Rafael Aguirre, “El mito de los orígenes de la Iglesia”, en Perifèria 10 (2023), p. 71.
