I PAPI DEL NOVECENTO E LA DEVOZIONE DEI FEDELI

DOPO LA DIFFIDENZA: I PAPI DEL NOVECENTO E LE DEVOZIONI DEI FEDELI

Il rapporto fra credenze e devozioni, diffuse all’interno della popolazione, e la gerarchia ecclesiastica, soprattutto nei secoli che hanno preceduto l’età contemporanea, quando di fatto il popolo coincideva con l’insieme dei fedeli, ha raggiunto una formalizzazione significativa nelle norme dettate per i processi di canonizzazione, a partire dall’età di Urbano VIII (1623-1644). Non soltanto si stabiliva che le loro deposizioni, per quanto riguardava l’attestazione della fama di santità di un personaggio e dei suoi miracoli, dovessero essere vagliate nell’ambito di un vero e proprio processo, ma fu emanata una specifica norma «de non cultu»: la fama di santità di un personaggio non poteva dare adito a forme di devozione prima di un formale riconoscimento da parte della gerarchia ecclesiastica. La disposizione fu fortemente voluta dal S. Uffizio. Nel corso dei secoli a più riprese, almeno sino alla ultima ondata di canonizzazioni, una fama di santità diffusa tra i fedeli non coincise affatto con il suo riconoscimento mediante una proclamazione da parte del Romano Pontefice. In maniera non diversa non tutti i santuari, sorti sulla spinta di una diffusa devozione, hanno raggiunto uno statuto ecclesiasticamente approvato: anzi, la normativa che li concerne ha fatto la sua comparsa soltanto nell’ultimo Codex Iuris Canonici del 1983 (can. 1230-1234).

Dopo la scomparsa dello Stato della Chiesa nel 1870 si è accentuato il ricorso alla pubblicazione di encicliche da parte dei papi, che di tale strumento si sono serviti in maniera crescente per diffondere in tutto il mondo gli orientamenti più significativi del proprio pontificato. Particolare rilievo ebbero per Leone XIII le encicliche dedicate alla recita del rosario: tra 1893 e 1898 egli promulgò nel mese di settembre di ogni anno una enciclica sulla «pia pratica del Rosario». Già nel 1883, con l’enciclica Supremi apostolatus officio (1° settembre), egli aveva esplicitamente esortato i fedeli cattolici a praticare questa forma di devozione. Nell’indire un Anno santo straordinario alle fine del 1885 Leone XIII ritornò sulla promozione della pratica della recita del rosario, da lui collocata al centro della pietà popolare (Quod auctoritate, 22 dicembre):

«Perciò, Venerabili Fratelli, ciascuno di Voi giudichi quanto da Noi sia gradito ed approvato il vostro zelo speso, soprattutto in questi ultimi anni, per Nostro incitamento nel promuovere la pia pratica del santissimo Rosario. Né è da passare sotto silenzio la pietà popolare che, a questo proposito, si vede particolarmente attuata in quasi tutti i luoghi; ma è da curare con grande attenzione che si accenda maggiormente e si mantenga con perseveranza. Nessuno di Voi si stupirà se insistiamo su ciò, come più volte facemmo, giacché comprendete quanta importanza abbia il fiorire presso i cristiani della consuetudine del Rosario Mariano, e appieno conoscete che nel genere di preghiere di cui parliamo, essa è parte e forma bellissima, conveniente ai tempi, di uso facile e fecondissima per utilità»

Su di essa si sarebbe maggiormente diffuso nel 1891, con l’enciclica Octobri mense (22 settembre). Quella devozione, ampiamente diffusa tra i fedeli, assumeva un pieno significato nella sua promozione a opera della suprema gerarchia della Chiesa cattolica, che la faceva assurgere a una pratica militante a fronte delle trasformazioni della società.

Se a Leone XIII si attribuiscono complessivamente ben 22 interventi al riguardo, i suoi successori sul soglio pontificio si collocarono in sostanza sulla stessa linea: Pio XI con l’enciclica Ingravescentibus malis (20 settembre 1937) e Pio XII con l’enciclica Ingruentium malorum (15 settembre 1951), con una maggiore sottolineatura dei risvolti devozionali Giovanni XXIII nell’enciclica Grata recordatio (26 settembre 1959) e con la lettera apostolica Il religioso convegno (29 settembre 1961): in quest’ultima occasione il papa, peraltro, invitava alla «recita del rosario per la pace tra le nazioni». Dal canto suo Paolo VI, se con l’enciclica Christi Matri (15 settembre 1966) cercava di ricollegare la recita del rosario agli orientamenti del Concilio Vaticano II, riprendeva l’esortazione a praticarla come una preghiera per ottenere la pace nell’esortazione apostolica Recurrens mens octobris (7 ottobre 1969). In un’altra esortazione apostolica, Marialis cultus (2 febbraio 1974), volle invece soffermarsi sugli elementi costitutivi del rosario. Quanto a Giovanni Paolo II, il papa proclamerà un anno del rosario, tra 2002 e 2003, con la lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae (16 ottobre 2002). La devozione dei fedeli, che si estrinseca nella recita del rosario, viene dunque consacrata nel magistero di quei pontefici alla stregua di una preghiera “papale”.

Il papa della Rerum novarum si fece esplicitamente promotore anche della pietà popolare nei confronti di san Giuseppe, evidentemente tiepida ai suoi occhi, malgrado fosse stato proclamato patrono dell’intera Chiesa cattolica da Pio IX  nel 1847 (il culto per san Giuseppe artigiano sarà proclamato da Pio XII nel 1955):

«In questa difficile e miserabile situazione, poiché i mali sono più forti dei rimedi umani, non resta che chiedere la guarigione alla potenza divina. Pertanto ritenemmo opportuno spronare la pietà del popolo cristiano perché implori con nuovo fervore e nuova costanza l’aiuto di Dio onnipotente» (Quamquam pluries, 15 agosto 1889).

Del suo apprezzamento per la pietà popolare, in un contesto che riguardava le relazioni della Chiesa cattolica con l’ordinamento statuale, è traccia anche in una lettera indirizzata il 6 gennaio 1895 all’episcopato statunitense, Longinqua Oceani. Quattro anni dopo un’altra lettera, Testem benevolentiae (22 gennaio 1899), avrebbe invece sancito la condanna definitiva del c.d. «Americanismo».

In quello stesso anno, con l’enciclica Annum sacrum Leone XIII consacrava al Sacro Cuore di Gesù il nuovo secolo, promuovendo un’altra devozione che doveva riportare la pietà dei fedeli all’interno di una cornice liturgica, o comunque para-liturgica, e garantirne la funzione difensiva nella prospettiva di una restaurazione cattolica.

Durante il pontificato di Pio X, nel complesso delle riforme che egli mise in atto per predisporre le istituzioni ecclesiastiche al confronto con la società contemporanea, spiccava senza dubbio la sua promozione del culto eucaristico, con un significativo abbassamento dell’età della prima comunione (Quam singulari, 7 agosto 1910). Sin dall’inizio il papa si era proposto di rendere “popolare” la liturgia (Motu proprio Tra le sollecitudini,  22 novembre 1903 – peraltro concernente la musica sacra). Ciò comportava una riforma del Messale, che non giunse a compimento prima della sua scomparsa. In quegli anni una duplice tensione percorreva la Chiesa cattolica, indice di una non nascosta diffidenza nei confronti delle manifestazioni devozionali dei fedeli. Da un lato un movimento per il rinnovamento liturgico premeva a favore di una loro liturgizzazione. Da un altro ai cosiddetti “modernisti” si imputava un atteggiamento astrattamente razionalistico in materia. Nell’enciclica Pascendi Dominici gregis  (8 settembre 1907), con cui si sanzionava la loro condanna, si leggeva:

« Restano per ultimo a dir poche cose del modernista in quanto la pretende a riformatore […]. Circa il culto, gridano che si debbano diminuire le devozioni esterne e proibire che si aumentino. Benché a dir vero, altri più favorevoli al simbolismo, si mostrino in questa parte più indulgenti».

Al pontefice premeva comunque evitare qualsiasi forma di confusione tra pietà popolare e liturgia cattolica, operando una distinzione che avrebbe conferito una innegabile priorità a una forma di partecipazione alla preghiera pubblica durante i riti ecclesiastici.

Negli anni successivi i pontefici continuarono sulla linea della promozione ecclesiastica di devozioni. Durante il pontificato di Benedetto XV, in un’epoca sconvolta dal primo grande conflitto bellico mondiale, si continuò  a sostenere la necessità della recita collettiva del rosario e si incrementò ulteriormente la devozione al Sacro Cuore di Gesù.  La ricostruzione di una società devastata dalla guerra da papa Pio XI fu affidata sin dal 1925, con l’enciclica Quas primas (11 dicembre), alla instaurazione del Regno sociale di Cristo, da invocare con il culto per Cristo Re.

Dopo la fine del secondo conflitto mondiale si registrò un’indubbia crescita dell’importanza della pietà popolare nell’orientamento del pontificato di Pio XII. Nell’assumere personalmente la guida di un movimento per la riforma della liturgia, il papa si pronunciava in maniera molto netta, sia pure con le dovute cautele, a favore della pietà popolare, nell’enciclica Mediator Dei (20 novembre 1947):

«Trattando della genuina pietà, abbiamo affermato che tra la Liturgia e gli altri atti di religione – purché siano rettamente ordinati e tendano al giusto fine – non ci può essere vero contrasto; ci sono, anzi, alcuni esercizi di pietà che la Chiesa raccomanda grandemente al Clero ed ai Religiosi. Ora, vogliamo che anche il popolo cristiano non sia alieno da questi esercizi. […] A queste molteplici forme di pietà non può essere estranea l’ispirazione e l’azione dello Spirito Santo; esse, difatti – sebbene in varia maniera – tendono tutte a convertire e dirigere a Dio le anime nostre, perché le purifichino dai peccati, le spronino al conseguimento della virtù, perché, infine, le stimolino alla vera pietà, abituandole alla meditazione delle verità eterne, e rendendole più adatte alla contemplazione dei misteri della natura umana e divina di Cristo. Ed inoltre, nutrendo intensamente nei fedeli la vita spirituale, li dispongono a partecipare alle sacre funzioni con frutto maggiore, ed evitano il pericolo, che le preghiere liturgiche si riducano a un vano ritualismo».

Ancor più significativa fu la sua scelta di inviare ai vescovi di tutto il mondo la lettera enciclica Deiparae virginis Mariae (1° maggio 1946), per chiedere loro di informarlo «sulla devozione del vostro clero e del vostro popolo (considerando la loro fede e la loro pietà) verso l’Assunzione della beatissima vergine Maria», prima di procedere alla proclamazione del dogma, con la costituzione apostolica Munificentissimus Deus (1° novembre 1950). A dire il vero lo aveva fatto anche Pio IX, con l’enciclica Ubi primum nullis (2 febbraio 1849), prima di proclamare il dogma dell’Immacolata concezione dopo un lustro (con la costituzione apostolica Ineffabilis Deus, 8 dicembre 1854).

Gli anni che seguirono la morte di Pio XII furono teatro di profonde trasformazioni nella società, nella politica e nella cultura. Si rimise in moto anche la riflessione sulla natura della Chiesa e sulle modalità della sua presenza nel mondo. Inaspettatamente papa Giovanni XXIII indisse un concilio ecumenico. Tra le costituzioni discusse nel corso del Concilio Vaticano II, il 4 dicembre 1963 fu approvata la Sacrosanctum Concilium, relativa alla liturgia cattolica, i cui riti errano considerati prevalenti rispetto alla manifestazioni della pietà popolare, dal momento che « la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa»:

«I “pii esercizi” del popolo cristiano, purché siano conformi alle leggi e alle norme della Chiesa, sono vivamente raccomandati, soprattutto quando si compiono per mandato della Sede apostolica. Di speciale dignità godono anche quei “sacri esercizi” delle Chiese particolari che vengono compiuti per disposizione dei vescovi, secondo le consuetudini o i libri legittimamente approvati. Bisogna però che tali esercizi siano regolati tenendo conto dei tempi liturgici e in modo da armonizzarsi con la liturgia; derivino in qualche modo da essa e ad essa introducano il popolo, dal momento che la liturgia è per natura sua di gran lunga superiore ai pii esercizi».

In verità tale approccio avrebbe potuto essere potenzialmente messo in questione dalle affermazioni relative al «popolo di Dio» contenute nella costituzione sulla Chiesa, Lumen gentium, approvata a un anno di distanza (21 novembre 1964). La riforma liturgica fu il maggiore impegno post-conciliare che, nel corso del suo pontificato, fu fatto proprio da Paolo VI. D’altro canto si intensificarono le manifestazioni collettive della religiosità popolare, soprattutto al di fuori del mondo occidentale, euro-nordamericano: in Africa, in America Latina, in Asia nelle Filippine. A distanza di due secoli e mezzo dalla condanna papale dei c.d. “riti cinesi” si riproponeva il divario fra la acculturazione delle popolazioni al cristianesimo greco-latino e la inculturazione del messaggio evangelico nelle tradizioni dei diversi continenti.

Dal 27 settembre al 26 ottobre 1974 si tenne a Roma la III assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi della Chiesa cattolica, un’istituzione introdotta dopo la conclusione del concilio: all’ordine del giorno era: «L’evangelizzazione nel mondo moderno». Paolo VI si assunse il compito di pervenire a una autorevole proposta e la formulò l’anno seguente nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975). Per la prima volta alla terminologia delle devozioni si sostituiva l’espressione «pietà popolare» – ritenuta peraltro equivalente alla «religiosità popolare»: nel corso degli anni le distinzioni terminologiche nei documenti ecclesiastici non sono state in verità molto accurate. Ci si pronunciava al proposito in termini indubbiamente positivi, malgrado le inevitabili cautele:

«Qui noi tocchiamo un aspetto dell’evangelizzazione che non può lasciare insensibili. Vogliamo parlare di quella realtà che si designa spesso oggi col termine di religiosità popolare.  Sia nelle regioni in cui la Chiesa è impiantata da secoli, sia là dove essa è in via di essere impiantata, si trovano presso il popolo espressioni particolari della ricerca di Dio e della fede. Per lungo tempo considerate meno pure, talvolta disprezzate, queste espressioni formano oggi un po’ dappertutto l’oggetto di una riscoperta. I Vescovi ne hanno approfondito il significato, nel corso del recente Sinodo, con un realismo pastorale e uno zelo notevoli. La religiosità popolare, si può dire, ha certamente i suoi limiti […].  Ma se è ben orientata, soprattutto mediante una pedagogia di evangelizzazione, è ricca di valori. […] A motivo di questi aspetti, Noi la chiamiamo volentieri “pietà popolare”, cioè religione del popolo, piuttosto che religiosità».

Sin dai primi anni del lungo pontificato di Giovanni Paolo II  quella tematica ha rivestito un interesse problematico, a cominciare dalla riunione del Consiglio Episcopale Latino Americano (CELAM), avvenuta nel 1979 in Messico, a Puebla, alla presenza del papa. Essa si è affacciata di nuovo nel Codex Iuris Canonici del 1983 (a proposito dei santuari) e nel Catechismo della Chiesa cattolica del 1992. Il papa ne avrebbe trattato nell’enciclica Vicesimus quintus annus (4 dicembre 1988). Richiamandosi alla costituzione Sacrosanctum Concilium del Vaticano II, avrebbe ribadito che la pietà popolare andava orientata verso la liturgia. Il concetto veniva da lui ribadito nel settembre 2001, in un messaggio indirizzato alla riunione plenaria della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti: « È importante ribadire, inoltre, che la religiosità popolare ha il suo naturale coronamento nella celebrazione liturgica, verso la quale, pur non confluendovi abitualmente, deve idealmente orientarsi, e ciò deve essere illustrato con un’appropriata catechesi». Rivolgendosi a quella medesima assemblea, il cardinale brasiliano Cláudio Hummes preferiva invece sottolineare che la pietà del popolo era «come forma privilegiata di inculturazione del dato religioso, come lingua materna e primigenia di qualsiasi religione».

L’anno seguente, nel dicembre 2002, dai lavori di quella Congregazione uscì un corposo Direttorio su  pietà popolare  e  liturgia. Principi e orientamenti, in cui, malgrado talune affermazioni, prevalevano le preoccupazioni e una minuziosissima disamina delle modalità di espressione della devozione (è suddiviso in ben 288 paragrafi). In una prospettiva normativa, e classificatoria. che voleva essere onnicomprensiva ci si collocava nel clima della redazione del nuovo Catechismo della Chiesa cattolica, elaborato fra 1992 e 1997, e del suo Compendio, approvato nel 2005 da papa Benedetto XVI. Il cardinale Joseph Ratzinger, nella sua veste di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva presieduto le commissioni che avevano provveduto alla formulazione di quei testi. È stato giustamente fatto osservare che, mentre la Sacrosanctum Concilium parlava di «pii esercizi» e di «sacri esercizi», il Direttorio usava la categoria di «pietà popolare», distinguendola dalla «religiosità popolare». Il problema era rappresentato dal rapporto con la celebrazione della liturgia, officiata dal clero: «Il primato della liturgia, dunque, è luce che rischiara la portata e il senso della pietà popolare».

Durante il pontificato di Benedetto XVI si tenne la V Conferenza Generale dell’Episcopato Latino-americano e dei Caraibi, al termine della quale fu approvato il Documento di Aparecida (29 giugno 2007). Dopo una parentesi durata quasi tre decenni si raccoglieva l’eredità dell’incontro di Puebla del 1979. Della considerazione positiva nei confronti della pietà popolare, ampiamente espressa in quella sede, si fece eco il papa, sia pure con alcuni inevitabili distinguo, quando agli inizi di aprile del 2011 ricevette i partecipanti alla riunione plenaria della Pontificia Commissione per l’America Latina, che si era occupata di «Incidenza della pietà popolare nel processo di evangelizzazione dell’America Latina».

Con la esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco (24 novembre 2013) ci si è collocati in maniera esplicita nella linea tracciata dalla Evangelii nuntiandi di Paolo VI e del Documento di Aparecida del 2007, di cui il cardinale Jorge Mario Bergoglio fu uno dei principali redattori. Una trattazione diffusa ha affrontato il problema delle «Sfide dell’inculturazione della fede», e soprattutto sostenuta a chiare lettere «La forza evangelizzatrice della pietà popolare»:

«Nella pietà popolare, poiché è frutto del Vangelo inculturato, è sottesa una forza attivamente evangelizzatrice che non possiamo sottovalutare: sarebbe come disconoscere l’opera dello Spirito Santo. Piuttosto, siamo chiamati ad incoraggiarla e a rafforzarla per approfondire il processo di inculturazione che è una realtà mai terminata. Le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci e, per chi è in grado di leggerle, sono un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione, particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione».

L’Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice faceva immediatamente eco, con un breve testo sugli «Insegnamenti sulla liturgia del Santo Padre Francesco», che si occupava della «pietà popolare», riproponendo alcuni paragrafi relativi a «La forza evangelizzatrice della pietà popolare».

Molte problematiche restavano da mettere in chiaro, anche se, rivolgendosi agli operatori dei santuari, nello mese di aprile del 2017, esprimendosi a braccio papa Francesco ha affermato: «È curioso  che il beato Paolo VI nell’Evangelii nuntiandi parla di religiosità popolare, ma dice che è meglio dire pietà popolare. E poi l’episcopato latino-americano nel documento di Aparecida fa un passo in più e parla di spiritualità popolare. I tre concetti sono validi, ma insieme».

La nuova enciclica di papa Francesco apriva dunque la porta a un nuovo scenario, in cui la millenaria egemonia  del cristianesimo greco-latino si confrontava con la irruzione di una pluralità nelle manifestazioni della fede i cui confini corrispondono alla estensione di tutta la terra.

Non è possibile occultare il nodo problematico che è sotteso, di fatto, alla stessa oscillazione terminologica presente nei documenti provenienti dalle istituzione della Chiesa cattolica, in primo luogo, ma non soltanto, dai pontefici. In effetti, si imposta attualmente la questione di una «nuova evangelizzazione», di cui appare complessa la declinazione nei diversi continenti e addirittura nei differenti paesi di un medesimo continente. Nell’ultimo anno del pontificato di Benedetto XVI si tenne a Roma, dal 7 al 28 ottobre 2012, la XIII assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, su «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana». Come ormai era consuetudine, lo svolgimento dei lavori fu indirizzato da due documenti loro sottoposti, i Lineamenta del 20 febbraio 2011 e un Instrumentum laboris del 19 giugno 2012. A conferma delle strettoie di un’impostazione, il Pontificio Consiglio per i Laici pubblicava un intervento del Prefetto, il cardinale polacco Stanisław Marian Ryłko, che così si concludeva: «Ritengo che tra i vari progetti concreti di nuova evangelizzazione non possiamo dimenticare anche questa sfida importante che è costituita dalla religiosità popolare ancora fortemente presente, ad esempio, in America Latina, in Africa e in pochi Paesi nell’Europa e perfino dell’Asia (Filippine)».

 

 

 

Queste rilevazioni erano state suggerite dalla ricorrenza di un decennio dalla pubblicazione dell’enciclica Evangelii gaudium di papa Francesco. Il testo integrale dei documenti papali e degli altri documenti ufficiali provenienti dagli organismi della Santa Sede, cui si fa riferimento, è consultabile in rete (www.vatican.va). In questa sede si conserva una rilevabile ambiguità terminologica, in definizioni che utilizzano teminologie come pietà popolare, religiosità popolare, e altre: differenze non insignificanti, ma di cui non è possibile discutere in questa sede. Anche perché la discussione si allargherebbe ad altri ambiti, come il sensus fidei, il sensus fidelium eccetera. Oppure alla «religione del popolo», al centro della riflessione teologica e pastorale, in particolare in Argentina. In tal caso i rinvii bibliografici essenziali sarebbero una legione.

Si vedano in ogni caso::

Corrado Maggioni, Il rapporto liturgia e pietà popolare interpella le comunità religiose, in «Consacrazione e servizio», I (gennaio 2003).

Roberto Rusconi, Dall’Enciclica Ubi primum all’Enciclica Lumen fidei, in Papa Francesco, Lumen fidei. L’Enciclica sulla Fede. Brescia, La Scuola, 2013, pp. 111-119.

Roberto Rusconi, Natura e finalità della devozione mariana nella Chiesa cattolica tra Ottocento e Novecento (in corso di stampa).