IL DIRITTO ALLA VITA È CONTRO LA PENA DI MORTE: I CATTOLICI STATUNITENSI, FRANCESCO E LEONE
Presso la Università DePaul di Chicago si celebrava il quindicesimo anniversario dell’abolizione della pena di morte nello stato dell’Illinois. A sorpresa, il 24 aprile 2026, è stato proiettato il video di un intervento di Leone XIV. Il pontefice ne denunciava il carattere «inammissibile». La sua condanna delle esecuzioni capitali non era diretta in maniera esclusiva nei confronti degli Stati Uniti d’America, bensì a tutti i paesi che vi fanno ricorso – basti ricordare la particolare solerzia nelle esecuzioni della Repubblica Popolare Cinese e della Repubblica Islamica dell’Iran.
Il papa non ha fatto altro che rammentare, in maniera decisa, che il magistero della Chiesa cattolica considera il “diritto alla vita” patrimonio irrinunciabile di ogni essere umano.
La portata delle affermazioni di Leone XIV si percepisce con maggiore evidenza quando si ricordi che, proprio negli Stati Uniti, secondo un sondaggio dell’emittente cattolica conservatrice EWTN, condotto insieme a RearClear nel precedente mese di dicembre 2025, la maggioranza dei cattolici era risultata in favore della pena di morte, malgrado l’opposto indirizzo del magistero della Chiesa: che, ovviamente, per i tradizionalisti contraddiceva la Sacra Scrittura e duemila anni di insegnamento, sulla cui base sarebbe legittimo, e persino necessario, punire con quella sanzione determinati crimini di particolare gravità.
Da parte dagli ambienti conservatori e tradizionalisti era stata sollevata a suo tempo la consueta accusa a papa Francesco di avere favorito la diffusione di un magistero ambiguo e appunto si voluto puntigliosamente documentare che i cattolici statunitensi appoggiano un insegnamento “tradizionale” in materia. Ciò peraltro contrasta addirittura con quanto indicato dal Catechismo della Chiesa cattolica.
In verità papa Leone si poneva all’interno dell’orientamento definito da papa Francesco nel 2018, quando ne fu modificato l’articolo 2267:
Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune.
Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi. Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato. Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi.
Pertanto la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che «la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona» e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo.
In effetti, si era dunque sostenuto che papa Francesco avesse modificato l’insegnamento affidato da Giovanni Paolo II al nuovo Catechismo, conferendo al magistero ecclesiastico un carattere ambiguo, dal momento che sottraeva alla pena di morte un carattere deterrente, soprattutto nei confronti di crimini di particolare gravità. Alcuni anni dopo, nel maggio 2026, in maniera esplicita Leone XIV respingerà il ricorso alla pena di morte nella lotta alla criminalità organizzata e al narcotraffico.
Al contrario era stato abbastanza agevole argomentare che le affermazioni di papa Francesco in materia di pena di morte fossero in linea con l’insegnamento di Giovanni Paolo II e che non vi fosse affatto una dissoluzione della continuità dottrinale.
A dire il vero la rivista conservatrice First Things nel fascicolo del maggio 2002 aveva ripreso ospitato un intervento molto critico nei suoi confronti, firmato da giudice costituzionale Antonin Scalia († 2016): God’s Justice and Ours (a dire il vero, nel successivo fascicolo di ottobre era stata riportata una serie di commenti, risultati in gran parte favorevoli alla posizione del pontefice polacco).
Nel corso del tempo, in alcune critiche polemiche da parte di tradizionalisti fu inevitabile che al Catechismo della Chiesa cattolica, redatto sotto la direzione del cardinale Joseph Ratzinger e promulgato da Giovanni Paolo II nel 1992, si contrapponesse il Catechismo del Concilio di Trento, vale a dire di Pio V, che risaliva al 1566 – reso peraltro obsoleto già dal Catechismo di Pio X, ossia il Compendio della dottrina cristiana del 1905.
Nelle dichiarazioni avverse alle affermazioni di papa Leone XIV sono da annoverare le reazioni suscitate in merito alla sua riprovazione della pena di morte: una procedura ampiamente adottata, invece, negli Stati Uniti e che l’attuale amministrazione, proprio in quel periodo, aveva dichiarato di voler rimettere in auge a livello federale, soprattutto in relazione a determinati crimini.
A dire il vero, già nel mese di febbraio del 2026 Paul Coakley, arcivescovo di Oklahoma City, e presidente della conferenza episcopale statunitense (USCCB), aveva invitato a pregare affinché si ponesse fine alla pena di morte negli USA, di cui ribadiva il carattere «disumano».
Nel mese di maggio in Ohio alcuni leader religiosi, non soltanto cattolici, si erano rivolti ai politici locali affinché si ponesse fine alla pena di morte.
Per gli ultra-tradizionalisti la conclusione risulta comunque essere netta e secca: a sua volta papa Leone XIV contraddice l’autentico insegnamento della Chiesa a proposito della pena di morte.
In qualche blog ci si spinge persino a sostenere, in maniera esplicita, che la posizione di Leone XIV in materia di pena di morte sia “eretica”.
La bufera mediatica si è trasformata in autentico tornado quando papa Leone XIV ha affermato che non si può essere in difesa della vita soltanto contro la IVG [interruzione volontaria della gravidanza] e di conseguenza la pena di morte rimane «inammissibile». Si tratta di considerazioni di Leone XIV ricollegabili a un magistero, in cui si ribadisce che la morale non si può ridurre soltanto alla sfera sessuale: naturalmente con grande scandalo per conservatori e tradizionalisti – per i quali in tutto ciò rientrava soprattutto un declassamento della condanna dell’aborto rispetto a tematiche sociali ed economiche.
In conclusione, ci si muove sugli stessi binari lungo i quali si è dipanata la controversia tra le esternazioni di papa Leone XIV e del presidente Donald J. Trump a proposito della recente guerra mossa contro l’Iran, quando in determinati ambienti ci si è messi a discettare intorno alla categoria di guerra giusta, allo scopo di difendere l’intervento militare statunitense: mentre il pontefice aveva ormai rimosso quella categoria e continuava a pronunciarsi contro qualsiasi guerra.
In effetti, un attacco dapprima diretto contro gli orientamenti dottrinali di papa Francesco è stato esteso in seguito a papa Leone XIV.
Nel valutare la questione riemerge il problema della peculiarità del contesto statunitense, come ha ben messo in evidenza un illustre vaticanista, John L. Allen Jr., purtroppo recentemente scomparso:
«Unless you’re American, Pope’s comments on ‘pro-life’ were just common sense»
For many Americans, what Leo said about being pro-life seemed a bold political stance. Yet for him, and for all those Catholics whose instincts and outlooks have been forged outside the United States, it was classic Catholic social teaching — and, therefore, just basic pastoral common sense.
Appunto: fondamentalmente buon senso pastorale.
