FRANCESCO D’ASSISI E LA PREDICAZIONE AI LAICI

FRANCESCO D’ASSISI E LA PREDICAZIONE AI LAICI

La Conferenza episcopale tedesca avrebbe intenzione di richiedere alla Santa Sede l’autorizzazione a far predicare laici “qualificati” nell’ambito della celebrazione della messa.

La lotta per la predicazione ai laici ha fatto parte dei fermenti religiosi che hanno caratterizzato in particolare i secoli  XII e XIII. Fu in particolare una rivendicazione dei Poveri di Lione, i seguaci di Valdesio, che non si sottomisero al contenuto della decretale Ad abolendam diversarum heresum pravitatem di papa Lucio IV (4 novembre 1184), che vietava una predicazione non autorizzata dalle autorità ecclesiastiche. Al contrario si adattarono al divieto gli Umiliati Lombardi.

In seguito alla scelta di imitare alla lettera il modello della vita apostolica, Francesco d’Assisi e gli altri fratres si vestirono con una rozza tunica, cinta da un cordone. Essi intrapresero a due a due una forma di predicazione itinerante nell’Italia centrale, rivolgendo alle popolazioni esortazioni a fare penitenza e inviti alla pacificazione.

Francesco e i primi fratres decisero di recarsi presso la Sede apostolica a Roma nel 1209 (oppure nel 1210), per ottenere un riconoscimento della propria forma di vita religiosa. Fu una scelta autonoma e consapevole, come egli ribadisce nel Testamento, dal momento che al vescovo di Assisi avrebbe potuto e dovuto rivolgersi una piccola comunità di penitenti volontari (cui si riferisce il De inceptione). L’approvazione canonica dell’ordinario diocesano, peraltro, non avrebbe potuto includere la predicazione itinerante. Nel racconto del De inceptione l’incontro di Francesco con Innocenzo III si chiude con la concessione di una regola, ma anche con un’esplicita autorizzazione a predicare che non poteva essere concessa se non determinando la condizione giuridica dei fratres. Una conferma pontificia consentiva loro una predicazione penitenziale itinerante, senza incorrere in sanzioni da parte di Francesco e degli altri frati ai quali, per intervento del cardinale Giovanni di S. Paolo, sarebbe stata effettuata una tonsura, allo scopo di farli rientrare in una condizione chiericale, canonicamente approvata, e di sottrarli a un’eventuale scomunica.

Dopo il ritorno dal Levante nel 1220 la prima Vita di Tommaso da Celano colloca l’episodio di Francesco che predica agli uccelli, a Bevagna, nella valle spoletana, e poi ad Alviano, fra Orte e Orvieto: richiamato dagli agiografi all’evidente scopo di conferire una legittimazione soprannaturale alla predicazione francescana, e di conseguenza largamente riutilizzato nell’iconografia (come nella rappresentazione stilizzata della Tavola Bardi in S. Croce a Firenze). La scelta di predicare agli uccelli, da parte di Francesco, in altre circostanze poteva comportare anche una chiave polemica, come emerge da una tradizione estranea all’agiografia minoritica e connessa al resoconto di una predica tenuta a Roma, inserito nella cronaca redatta da due monaci benedettini di Saint Albans, Roger di Wendover e Matthew Paris.

A una predica tenuta da Francesco a Bologna, sulla piazza antistante il palazzo comunale, il 15 agosto 1222 assistette una folla enorme di persone, che si accalcavano per toccare colui il quale ormai godeva di fama di santità – tra essi Federico Visconti, in seguito arcivescovo di Pisa. Era presente anche un chierico di Spalato, Tommaso, allora studente di diritto allo Studium felsineo e poi arcivescovo della città dalmata, e autore di una Historia pontificum Salonitanorum et Spalatensium. In un testo svincolato dal quadro di riferimento delle biografie agiografiche, egli annotava con esattezza che Francesco non predicava alla stregua dei modelli codificati per i chierici nelle artes praedicandi, ma si rivolgeva ai fedeli «ad modum concionantis»: utilizzando cioè un modulo espressivo caratteristico nella pratica oratoria nei regimi dell’Italia comunale, da lui appreso evidentemente durante la propria formazione di giovane laico. Nel racconto del cronista si trova un’ulteriore conferma del fatto che finalità di quelle prediche di Francesco era indurre alla pace le fazioni cittadine.

Negli ultimi secoli del medioevo e per tutta l’età moderna la predicazione ai laici è stata un sostanziale monopolio di diversi ordini religiosi. La legislazione anticlericale dei governi riformatori settecenteschi e ottocenteschi ne ha ridotto l’influenza e la predicazione è stata ricondotta al ministero parrocchiale, nella prospettiva di un rinnovamento delle istituzioni e della pastorale della Chiesa cattolica nei termini della riforma prospettata a partire dai decreti del Concilio di Trento (1545-1563). In realtà la predicazione in età contemporanea ha sofferto della mancanza di uno statuto retorico e di una adeguata pratica pastorale. A ciò non hanno posto un rimedio efficace né il Concilio Vaticano II (1962-1965) né le riforme dei decenni successivi.

 

Per la lotta per la predicazione ai laici si può vedere ancora Roberto Rusconi, Predicazione e vita religiosa nella società italiana da Carlo Magno alla Controriforma, Torino, Loescher, 1981, sezione seconda (anche on line in Reti Medievali).

Per la predicazione di Francesco d’Assisi, si veda ancora Roberto Rusconi, Francesco d’Assisi nella fonti e negli scritti, Padova, Editrici francescane, 2002, e il suo volume in corso di stampa presso la casa editrice Morcelliana di Brescia, 2026, da cui è tratto in parte questo testo.

Per la mancanza di uno statuto per la predicazione in età contemporanea si veda anche Roberto Rusconi, La predicazione, in Storia della Chiesa, vol. XXIII: I cattolici nel mondo contemporaneo (1922 1958), a cura di M. Guasco, E. Guerriero e F. Traniello, Milano, Edizioni Paoline, 1991, pp. 421-433.