IL TRADIZIONALISMO CHE SFIDA E DIVIDE
La consacrazione dei quattro vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X – i c.d. lefebvriani – era stata programmata da tempo, anche con l’intento di darle il maggiore rilievo mediatico possibile. Non esisteva da parte loro una reale disponibilità a un dialogo, che non si risolvesse nella semplice accettazione delle loro pretese: che comunque si incentravano nel rifiuto del Concilio Vaticano II e del post-concilio, soprattutto a proposito di libertà religiosa, libertà di coscienza, ecumenismo. La posizione di papa Leone XIV è stata netta: “Certamente la divisione tra i cristiani è sempre un punto doloroso, però loro rifiutano di accettare certi elementi fondamentali della Chiesa, cominciando con diversi punti del Concilio Vaticano II. Se fanno quella scelta, mi dispiace, però noi dobbiamo andare avanti”.
La scomunica era automatica. Una nota del Dicastero per la Dottrina della Fede ha precisato che sono da ritenersi scismatici e scomunicati i vescovi, consacranti e consacrati, i sacerdoti appartenenti alla Fraternità, e i fedeli laici che vi aderiscono formalmente. Inoltre da loro i sacramenti sono amministrati illecitamente: il matrimonio e il sacramento della penitenza non sono validi.
È probabile che una frangia, più di simpatizzanti che di aderenti in senso stretto, riprenda i rapporti con la Santa Sede.
Per procedere la FSSPX ha invocato uno stato di necessità, di fatto inesistente. A meno che non si sostenga che l’intera gerarchia cattolica e i sacramenti da essa amministrati non siano validi: ad eccezione dei loro. In tal senso una separazione – lo scisma – è in atto da decenni e ha dato vita a una chiesa parallela che asserisce di essere l’unica autentica: perché conserva la Tradizione – in realtà una fisionomia ecclesiale formatasi in età contemporanea – e la dottrina “perenne” della Chiesa cattolica.
In tale contesto anche la pretesa di celebrare la messa in latino, sulla base del messale precedente la riforma liturgica sancita da Paolo VI nel 1970, diviene un pretesto, che però trova ascolto presso un certo numero di fedeli. La decisione di Benedetto XVI, con il motu proprio Summorum Pontificum del 2007, di consentirne la celebrazione al di fuori di qualsiasi verifica da parte dei vescovi, ha di fatto incoraggiato chi non aveva nessuna intenzione di recedere. Di qui la rettifica da parte di papa Francesco con il motu proprio Traditionis custodes nel 2021. Non si è rivelata per nulla felice, nel 2009, la remissione da parte di Benedetto XVI della scomunica, che Giovanni Paolo II nel 1988 aveva comminato ai quattro vescovi che Marcel Lefebvre – iniziatore di questo movimento – aveva consacrato senza la necessaria autorizzazione papale. In effetti non aveva portato a una riconciliazione.
Allora come oggi la consacrazione di vescovi è funzionale alla consacrazione dei sacerdoti che hanno studiato nei loro seminari e sono indirizzati a trasmettere una concezione e una pratica del cristianesimo che rimonta alla prima metà del Novecento. Evidente è l’arcaismo dei riti, palese un devozionalismo che accumula pratiche devote.
Le implicazioni di questa vicenda sono ancora più ampie, nel momento in cui, su scala mondiale, è in atto un processo di reazione volto a cancellare un assetto democratico nazionale e internazionale: una deriva sulla quale, al momento, papa Leone XIV si sta esprimendo in maniera netta e inequivocabile.
Questo testo è stato utilizzato per l’intervista di Flavio Marcolini, pubblicata in Bresciaoggi (4 luglio 2026): Lefebvriani, la storia del tradizionalismo che sfida e divide la Chiesa.
